giovedì 24 aprile 2008

Noi vogliam Dio

L’edificio un tempo era un monastero. I lunghi corridoi che si affacciavano sul chiostro quadrato ne conservavano l’austerità.
Mura antiche, aule antiche e professori antichi, in particolare due, quello di chimica e quella di matematica.
Il professore di chimica era un vecchio magrissimo e pallido dal lungo naso adunco e dal volto scavato.
Lo sguardo era gelido e quando eri lì alla cattedra per essere interrogata, specialmente se non capivi niente di chimica come me, ogni sua occhiata era una stilettata di ghiaccio puro.
Portava da anni lo stesso cappottone marrone e la stessa sciarpa che, appena entrato in aula, ogni mattina, faticosamente si toglieva ed appendeva all’attaccapanni, antico pure lui. Guardava noi “signorine” ci diceva buongiorno senza mai un sorriso e con passo lento e ciondolante si accomodava lentamente, sistemando sotto la cattedra la sua cartella di pelle logora e stinta.
Per lui tutto era andato avanti così per anni, come un rito sacro che non si poteva spezzare, fino al giorno in cui in quella classe seconda B arrivò Chiara.
A dispetto del nome, lei non era affatto “chiara”, a causa di uno spesso strato di fondotinta scurissimo che aveva sempre sul viso, metodicamente spalmato fin sotto il mento, in modo tale che il collo, invece, spiccava candido fra i colletti delle sue camicette.
Il nome Chiara fa pensare ad una dolce e delicata creatura, quasi angelica. Questa Chiara, invece, era una ragazzona altissima e notevolmente sovvrappeso dai lunghi capelli, che portava sempre arruffati e spettinati. Il trucco, come già ho accennato, era pesantissimo e non solo per colpa del fondotinta ; usava la matita nera sugli occhi così marcatamente che in confronto Cleopatra aveva un trucco discreto e sulle palpebre stendeva circa un etto di ombretto turchese. Indossava sempre minigonne cortissime che le scoprivano le cosce diciamo… un pò cicciottelle e camicette scollatissime sempre molto aperte sul davanti così da mettere ben in mostra un seno forse da sesta taglia.
A tutto questo dobbiamo aggiungere certi suoi atteggiamenti non proprio da “signorina“ come invece esigevano in quella scuola, risate sguaiate, parole che se le ripetessi qui verrei censurata, amichevoli pacche sulle spalle che ti facevano tossire per un’ora abbondante…Chiara, la personificazione del male, secondo certe compagne e certi professori.
Chiara la ribelle secondo certe altre compagne e certi altri professori già in odore di imminenti arie sessantottine.
Chiara quell’anno provocò in quella classe delle vere e proprie scosse telluriche. La prima fu quando il professore di chimica entrando con la stessa flemma di sempre e vedendola correre verso di lui, quasi come per travolgerlo fece due traballanti passi indietro:
“ Mah…insomma! Signorina cosa fa? ”
E lei, sfoderando un sorriso che a lui parve angelico e a noi tutte mefistofelico:
“ Permette che l’aiuti a togliere il cappotto professore?”
Lui fermo, immobile per interminabili secondi, Chiara col sorriso stampato in faccia, la classe in trepidante attesa di una glaciale reazione…e invece su quel viso incartapecorito si fece strada una smorfia, un movimento delle labbra che sembrava un sorriso.
Chiara lo interpretò così e gli tolse cappotto e sciarpa e, prendendolo sottobraccio, lo accompagnò alla cattedra e lui la seguì docile come un agnellino e con lo sguardo da pesce lesso.
E così quel giorno il gelido professore interruppe il suo gelido rito e qualcuno addirittura venne a sapere, da voci di corridoio, che lui non vedeva l’ora di far lezione in seconda B.
La professoressa di matematica era molto anziana, o forse dimostrava più degli anni che aveva per il suo modo di vestire, quasi da suora e per i suoi atteggiamenti davvero fuori dal tempo.
Piccolina di statura, gobba, sempre vestita di nero, capelli bianchi raccolti a crocchia sulla nuca, una pesante croce d’argento sul petto, era una caricatura vivente.
Entrava in classe, sempre seria ed austera e prima di sedersi in cattedra percorreva a svelti passettini tutto il perimetro dell’aula, invitando “lor signorine” a star sedute composte e a tirarsi le gonne sulle ginocchia per coprirle il più possibile.
Quando, durante la lezione, qualcuna di noi si alzava per chiederle il permesso di uscire, se indossava la minigonna, cosa molto probabile, dato che erano i primi anni settanta, provocava nella professoressa di matematica reazioni simili a un boccone che va di traverso; interrompeva la frase, diventava paonazza, si alzava in piedi, si copriva tutto il viso con le mani per non vedere :
“ Signorina si vergogni! Vergogna! Si copra…esca, esca ...fuori subito..!” poi tornava a sedersi stravolta e col respiro affannoso per ancora dieci minuti.
Ora, immaginate una come Chiara, alle prese con questo esemplare d’insegnante.
Le minigonne di Chiara erano le più corte di tutto l’istituto e facevano impazzire la povera donna.
La sua disperazione un giorno arrivò ad un punto insostenibile. Interruppe la lezione e si rivolse alla classe con le lacrime agli occhi:
“Signorine, ma voi non sapete cos’è la decenza. Voi dovreste venire a scuola tutte col grembiule nero e il colletto bianco, non così…così…scostumate. Voi dovete coprirvi le gambe, tenere un portamento da signorine…non così, io non ne posso più…ma insomma cosa devo fare? Signore santo, sant’Iddio ma cosa volete?”
A quel punto, dall’ultima fila di sedie in fondo all’aula si sentì un rumore assordante.
Sei ragazze si alzarono in piedi tutte insieme, Chiara nel centro. Girarono le spalle alla classe e all’insegnante, le braccia e lo sguardo in alto sulla parete, dove stava un antico affresco raffigurante una candida Madonna e un coro si levò:
Chiara: “Volete le rosse?”
Le altre: “ Nooooooooooo!”
“Volete le more?”
“Nooooooooooooo!”
“Volete le bionde ?”
“ Nooooooooooooo!”
Chiara: “ E allora cosa volete?”
Le sei ragazze tutte insieme:

“ Noi vogliam Dio Vergin Maria,
leva lo sguardo ai nostri cuor,
noi t’invochiamo o madre pia
dei nostri cuori colma il desir
dè benedici o madre al grido della fè
noi vogliam Dio che è nostro padre,
noi vogliam Dio che è nostro re…!

Si sentì un tonfo sordo alla cattedra. La povera professoressa di matematica era svenuta.
Chiara e le altre subirono una sospensione di una settimana.
Il professore di chimica, invece, finchè non tornò Chiara, tenne le sue lezioni col cappottone
addosso.

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