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martedì 22 gennaio 2008

La penultima fermata


Agosto in città.
E’bello camminare per le vie del centro così vuote, così silenziose. Riesci a cogliere dettagli e particolari che normalmente ti sfuggono. Ti senti più vicina alle poche persone che incontri e quasi vorresti fermarti a scambiare con loro due parole, senza fretta, senza ansia, solo per comunicare, per conoscere le loro storie.
Sono alla fermata degli autobus: la penultima di Via Repubblica. E’ tardi e il sole sta tramontando rosso fuoco in fondo alla strada e si lascia guardare, finalmente dolce ed arrendevole, dopo aver bruciato per tutto il giorno i tetti e le strade.
Si avvicina lentamente una donna anziana dalla corporatura robusta. Cammina come se ogni passo le costasse una fatica enorme. La borsetta piccola, nera, coi bordi spelacchiati e consunti penzola lentamente, al ritmo del suo passo, dalla sua mano destra. Indossa un vestito di tessuto sintetico a grossi fiori rossi, comprato forse sui banchi del mercato della Ghiaia, uguale a mille altri vestiti di mille altre donne anziane.
Improvvisamente scatta in me la voglia di quel gioco che faccio spesso quando sono calma, rilassata e non ho fretta.
Conoscere, capire…vivere la vita di quella persona sconosciuta, la sua storia…è più forte di me, non posso farne a meno.
“ Mi scusi, è già passato l’8?”- e la signora mi parla.
La guardo. Questa volta mi interessa il suo viso: rugoso, rughe dure, di quelle che solo un lavoro nei campi sa scavarti sul volto; occhi piccoli e vivacissimi, brillanti, ancora pieni di energia e di curiosità.
Le sorrido:
“ Non credo. Ma non ho badato molto, non vorrei darle un’indicazione sbagliata…”
Avrei voluto risponderle che non stavo guardando nulla, vedevo solo lei che attraversava e io lavoravo di fantasia, persa in un mondo parallelo: lei, in quei momenti era una persona ai raggi x della mia immaginazione.
“ Sa, io vengo a piedi da San Giovanni. Ho camminato fin qui ma adesso le gambe mi fanno troppo male…”
Si guarda i piedi gonfi, infilati in un paio di patetiche scarpe rese deformi dalle artrosi delle sue ossa.
“E dove deve andare ?”
“Là in fondo alla via. Lo so che è vicino ma non cammino più…Ho fatto un giro troppo lungo…” e mi elenca tutti i borghetti della zona dietro al Duomo. Un percorso preciso che io conosco poco. Lei invece parla come se avesse una mappa della città stampata nella testa.
“Sa, io abito in Via Dalmazia al 22, mi chiamo Pittella Letizia”
Mi viene da sorridere .Questa donna è sola, ha così voglia di parlare che mi dice in un attimo il suo nome, cognome e indirizzo. Mi prende una malinconia struggente .
“ Sono sola – dice abbassando la voce – la libertà che ho la pago con la solitudine! Mangio se voglio e quando voglio,vado dove voglio….ma sono sola”
Non so cosa rispondere…sto per dirle qualche banalità...ma lei continua:
“Lei perché non prende il 22 invece di aspettare l’8?”
Le rispondo volentieri:
“Io lavoro in quel portone, proprio qui davanti vede? E quindi mi fa comodo l’8…”
All’improvviso mi si blocca la parola …Io non ho mai detto a questa Letizia che sto aspettando l’8!
In un attimo cerco di ricordare se ci siamo già parlate, cerco di capire se lei mi conosce, se l’ho già vista ma non trovo nessun collegamento, nessuna ragione per cui lei possa sapere la mia strada di ogni giorno. Sento solo che questa donna mi è vicina, molto vicina e non solo fisicamente.
Ho indovinato che vive sola, ho intuito la sua vivacità contrapposta alla sua tristezza. E lei?
Lei mi sente nello stesso modo? Lei forse ha fatto con me lo stesso gioco!
Ma no…e giustifico il fatto col pensiero che a quell’età ci si confonde e forse mi scambia per qualcun’altra.
Come se niente fosse ,dando per scontato che io abito al capolinea del 22 , e che quindi avrei fatto meglio a servirmi di quella linea ,lei continua a parlarmi del nuovo supermercato di quella zona ,la mia….
Mi riprendo un po’ dallo stupore e sto per chiederle come fa a sapere dove abito ma arriva un autobus e lei mi saluta e a piccoli passi traballanti si avvicina al bordo del marciapiede.
“Signora…mi scusi ma quello non è il suo autobus ! Non stava forse aspettando l’8?”
Lei senza voltarsi mi fa un cenno di saluto con la mano, sale e se ne va lasciandomi sola e allibita sul marciapiede.
Ormai del sole rosso in fondo alla strada si vede solo un semicerchio .
Ecco, sta per arrivare l’8…dovrei salire e tornare a casa e soprattutto dovrei smetterla con questo stupido gioco ma quando l’autista si ferma e mi apre la porta io lo lascio ripartire . Ho un’urgenza. C’è una cosa che devo assolutamente fare.
Attraverso la strada deserta e in fondo alla via giro a sinistra verso Via Dalmazia. Quella donna ha detto di abitare lì, al n° 22.
Sono ansiosa, curiosa, agitata e non so perchè. Non so nemmeno perché sto facendo questo.
Arriverò tardissimo a casa, si preoccuperanno ma io devo vedere dove abita Pittella Letizia.
La via è uno stretto budello che corre fra due file di case del secolo scorso o forse anche più vecchie; nessun albero, nessun giardino, solo portoni che si aprono direttamente sullo stretto marciapiede.
Percorro lentamente il lato dei numeri pari, cercando il 22. Lo trovo : sono otto campanelli e sul primo trovo il nome, Pittella Letizia.
Ecco,adesso potrei anche ritenermi soddisfatta. Potrei smetterla con questo voler credere nelle percezioni strane, nelle voci che arrivano direttamente dal mio cuore e che il cervello spesso si rifiuta di elaborare.
E invece come se non dipendesse dalla mia volontà il mio dito si avvicina al campanello e suono:
una volta,due volte…Silenzio. Nessuno risponde. Sto per andarmene quando si aprono le persiane del primo piano e si affaccia una donna dall’aria infastidita :
“Ma cosa vuole? Perchè suona con tanta insistenza? “
“Mi scusi signora, io cerco Letizia Pittella, non volevo disturbare lei!”
La donna mi guarda in silenzio. Un silenzio che dura una vita.
“Mia madre è morta un mese fa. Abitava qui nell’appartamento di fianco al mio”
Non so come spiegare la mia presenza lì su quel marciapiede .
“Mi dispiace ma…”
Non posso certo dirle che io l’ho incontrata un quarto d’ora prima e che le ho parlato.
“Com’è accaduto?”
“ Purtroppo mia madre era una donna tutt’altro che tranquilla. Alla sua età, nonostante tutti gli acciacchi che aveva ,era continuamente in giro. Passava giorni interi sugli autobus con le scuse più banali. Magari decideva di andare a comprare una micca di pane dall’altra parte della città! Era fatta così…e un giorno mentre scendeva dall’autobus è caduta. Una caduta tanto brutta che non si è più ripresa e se n’è andata…..ma lei? Perché la sta cercando?”
In questo momento devo davvero ringraziare la mia fantasia se quello che sto per dire risulta essere abbastanza logico e credibile:
“Veniva spesso nel mio bar e ogni tanto comprava un biglietto della lotteria. Ne facciamo spesso nel quartiere, a beneficio della casa di riposo…E sua madre comprava un numero e scriveva sempre sulla matrice nome, cognome e indirizzo. Ecco…volevo solo dirle che ha vinto una scatola di caffè…mi dispiace tanto signora…ma mi scusi…dove è accaduto? Che autobus era?”
La donna ora ha lo sguardo triste e gli occhi sono pieni di lacrime.
“ Era l’8. Alla penultima fermata di Via Repubblica.”

mercoledì 5 dicembre 2007

Il profumo della violetta nell'aria

Il profumo della violetta nell’aria

Quand’ero una ragazzina di quindici anni non mi piaceva il mio corpo secco e acerbo e nemmeno il mio modo di camminare, sempre un pò con le spalle curve, come per nascondere quel piccolo seno che stava spuntando, timido come me. Una volta la settimana, al pomeriggio, frequentavo il corso di pianoforte e, abitando fuori città, in quell’occasione andavo a pranzo a casa della zia Lina.
Eravamo ancora nell’ingresso che lei mi diceva, battendomi le spalle : - Stai dritta! Vuoi diventare una bella signorina o una brutta paperina?- che poi era proprio come mi sentivo io.
Mia zia Lina a settant’anni suonati aveva ancora uno splendido corpo e un portamento da “signora”, nonostante nella vita avesse fatto sempre lavori molto umili e avesse indossato, negli anni più duri, cappotti rivoltati e scarpe risuolate più volte.
“Me lo dici come fai a mantenerti così in forma?” – le chiedevo ogni volta che andavo a casa sua.
Lei si lisciava i fianchi con orgoglio, assumeva una posa plastica da diva del cinema muto e sorseggiando un goccio di Vov, denso e corposo, fatto in casa con le sue mani, rispondeva:
“ E’ la musica, è sempre stata la musica a farmi rimanere giovane e bella ” - si alzava, apriva un mobiletto al cui interno stava un vecchio giradischi e posava sul piatto un altrettanto vecchio vinile. Nella stanza si diffondevano la forza, la potenza e il maestoso romanticismo di un giovane Toscanini e la voce angelica di una splendida Renata Tebaldi
“ Mi chiamano Mimì ma il mio nome è Lucia…” - cantavano insieme la zia e la Tebaldi.
La zia abitava in Oltretorrente, la zona povera della vecchia Parma, storicamente contrapposta alla Parma borghese e ricca dall’altra parte del torrente. Qui, in questi crocevia di borghi stretti e colorati palpitava il cuore musicale della città e non era insolito passare davanti alla Corale Verdi e lasciarsi rapire la mente da un pianoforte solitario o dai solfeggi di un giovane tenore alle prime armi.
“ Vieni qui, affacciati alla finestra e guarda …” – ci appoggiavamo al davanzale coi gomiti a goderci tiepide giornate primaverili, quando ancora si sentiva nell’aria il profumo della violetta appena sbocciata nei prati del Parco Ducale, a pochi metri da noi.
“ Ecco, lì a destra, nella casa di fianco è nato Arturo. La mia amica Dirce, pover’anima, mi diceva sempre che lui non piangeva mica come un neonato normale, lui gorgheggiava! Sai, mi ha sempre fatto impressione abitare così vicino a questo luogo sacro!” - chiudeva gli occhi e volava lontano, sopra i tetti dell’Oltretorrente, dove io non riuscivo a seguirla.
Mi sporgevo a guardare il numero 13 di Borgo Tanzi e non capivo tutta quest’ammirazione per quella fetta di casa, così vecchia e con i muri scrostati.
“ Suo padre faceva il sarto e forse i soldi in tasca erano pochi ma l’anima cara mia! Sapessi che anima ricca che aveva Arturo, ricca e grande come tutto l’universo, come la musica che lui riusciva a far scaturire dall’orchestra…” - e di nuovo la zia si esaltava e rientrando nella stanza fresca ricominciava a cantare compiendo ampi gesti con le mani,ai quali spesso faceva seguito un urlo di rabbia :
“Ah! Maledet al dievel! Al sofrit…! “- perché nel frattempo, cantando e ballando, la zia aveva lasciato che il sugo per la pasta, il soffritto, divenisse un intruglio carbonizzato.
“ Vè che roba! … Fa niente, nàni, vorrà dire che mangeremo una bella pasta in bianco, con tanto burro fresco e tanto parmigiano, va bene?”-
Quasi sempre io mi impigliavo nelle tende di pizzo che svolazzavano al vento primaverile e, quando riuscivo a liberarmi, goffa e maldestra com’ero, correvo in cucina a tranquillizzare la zia.
Più tardi, verso le una, arrivava mia cugina, che studiava arpa al conservatorio.
Stefania, occhi azzurri, fianchi morbidi, vita stretta e un seno prosperoso, il tutto fasciato in un tubino nero che scendeva appena sotto il ginocchio, era il classico prototipo della bellezza femminile di quegli anni. Portava i capelli raccolti e cotonati sul capo, secondo la moda dell’epoca e una sottilissima riga di eye-liner evidenziava il suo sguardo da cerbiatta.
“ Ehilà, oggi abbiamo ospiti! “ – buttava una carpetta di spartiti sgualciti sulla poltrona e mi dava un bacio sonoro su una guancia lasciandovi un cuore di rossetto fucsia. – “Mamma cosa si mangia?” – e allungava il collo in cucina.
“Vissi d’arte, vissi d’amore …”- rispose cantando mia zia – “ per te non vanno mica bene queste parole! Tu vivresti di tortelli d’erbetta e cappelletti in brodo, altrochè !”-
Stefania mi passò vicino per andare in camera sua a cambiarsi d’abito e mi fece l’occhiolino.
“ Sarà anche vero che mangio molto ma tu mi trovi grassa? L’unica cosa grassa che ho sono i polpastrelli delle dita a forza di suonare l’arpa giorno e notte! – e piroettando sui tacchi a spillo, con la grazia di una ballerina del Falstaff spariva nella sua stanza.
I profumo del sugo per la pasta, quel giorno irrimediabilmente bruciato, il canto di mia zia e i dolci arpeggi di mia cugina si fondevano in quella stanza e mi avvolgevano in una meravigliosa armonia.
Musica e gusto, connubio così stretto in queste nostre terre, da allora rappresentano per me condizioni ideali e quasi indispensabili per godere in pieno della vita.
Pranzavamo in quella stretta cucina e mia zia raccontava di anni passati, di umiliazioni e sacrifici immensi e qualche volta, al ricordo, i suoi occhi si riempivano di lacrime sotto gli occhiali dalle spesse lenti, come se ancora stesse vivendo l’angoscia di quei tempi. Era questione di un attimo, un solo istante e poi il suo busto si raddrizzava, il suo sguardo tornava fiero e di nuovo sorrideva e si sistemava la “messinpiega” col modo lezioso di una ragazzina. Nel suo modo di vivere la povertà di quegli anni e poi in seguito, in tutta la sua vita, spiccavano in lei la sua dignità, il suo orgoglio, il suo voler apparire sempre “la signora Lina” agli occhi dei vicini e dei commercianti del quartiere; per questo, pur essendoci in Borgo Santo Spirito, a pochi passi da casa sua, un negozio d’alimentari, a fine mese, quando il borsellino era vuoto, lei saliva sulla sella della sua bicicletta ed attraversava la città, fino in fondo a via Bixio, dove nessuno la conosceva e dove aveva trovato un negozio che le faceva credito.
E raccontava del prestito ottenuto per comprare l’arpa per Stefania…
“… e allora, nanì, tu non puoi immaginare la mia felicità quando riuscimmo a portare a casa quell’arpa, uno strumento dell’ottocento, usato ma ancora in ottimo stato vè…” – la zia si alzò per riordinare la cucina e Stefania si guardò i calli sui polpastrelli.
“Anche le mie mani sembrano dell’ottocento, guarda! “– seguiva sua madre e, abbracciandola da dietro, le slacciava il grembiule per prendere il suo posto al lavello. Tutto questo accadeva molto tempo fa.
E in quel quartiere popolare dell’ Oltretorrente, in quella stanza dal profumo antico di onestà, di dignità e di nobiltà d’animo ora che sono diventata “una bella signorina” dalla schiena dritta, ascolto il suo respiro che si fa sempre più lieve. E’ il tempo del riposo e dell’ascolto.
Stefania mi ha detto che ormai da più di un mese non si alza dal letto. Ha voluto che venisse una parrucchiera ieri mattina per dare “una rinfrescata” alla messinpiega e per sistemare i pochi capelli che le sono rimasti; ha voluto lo smalto alle unghie e gli orecchini con l’acquamarina perché “Nanì, lo sai, mi viene a trovare tanta gente!” – dice quasi sussurrando. Sul comodino accanto al letto c’è un flaconcino di Violetta di Parma, il suo profumo preferito, che ha resistito nel tempo alle lusinghe della moda e il cui aroma delicato emana da tutta la sua biancheria. “Guarda come sono diventata ! Guarda che brutte gambe piene di lividi…coprimi bene, va là… “- con una lentezza esasperante ed una fatica immensa cerca di arrivare al lembo del lenzuolo.
“Dai zia, lo sai che hai ancora due bellissime gambe! Chissà quanti ammiratori avevi …e quando guarirai ce lo facciamo un ballo?” – l’aiuto a coprirsi cercando di non vedere il suo corpo devastato dal male.
“ Bella figlia dell’amore…schiavo son dei vezzi tuoi…con un detto sol tu puoi…” - la sua risposta è in questo canto ad occhi chiusi, con lunghe pause fra una frase e l’altra e con la voce che si fa sempre più soffio nel vento.
Stefania , seduta accanto alla madre, la guarda e sorride; lentamente si avvicina con la bocca al suo orecchio, le prende la mano scarna e continua quel canto struggente, quella frase che la zia non ha la forza di terminare:
“…le mie pene…le mie pene consolar…”
Un colpo di vento più forte degli altri fa gonfiare le tende di pizzo, spalanca la finestra, scivola sulle corde dell’arpa, che da mesi tace, le fa vibrare ed entra nella stanza della zia, accarezzandole dolcemente la fronte…
“…le mie pene…le mie pene consolar…”


( Sara Ferraglia )