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martedì 11 novembre 2008

La signorina a colori n°20

Ecco la mia versione de "La signorina a colori", pubblicata fra le 24 signorine finaliste nell'e-book scaricabile dal seguente link:
http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2008/11/volume.pdf

Quando comincia una storia? In genere dall’inizio. A volte, però, è la fine di una storia che ne fa cominciare un’altra. Così ci sono due categorie di storie, quelle che cominciano dall’inizio e quelle che cominciano dalla fine. Ci sono due categorie di donne, quelle che raccontano la loro storia e quelle che non la raccontano, poi ce n’è una terza, quelle che non la raccontano giusta.
Io la racconto sempre giusta, cominciando sempre dalla fine, ordinatamente, eppure nessuno mi crede. Capita che io racconti la mia storia a qualcuno che si siede accanto a me sulla panchina del viale, oppure sull’autobus, oppure al tavolino di un bar. Mi ascoltano, quasi mai fino alla fine e mentre parlo, leggo incredulità nei loro occhi e a volte anche pena e compassione.
Oggi, in questa splendida mattina d’inizio autunno, racconto la mia storia a Sara, una ragazza seduta accanto a me al tavolino di questo elegante bar, che adoro per il verde pallido e il malva del suo arredo.
“Sono morta il 14 ottobre del 1943…”
La ragazza d’un tratto smette di sorseggiare il suo the e, dopo aver posato la tazza sul tavolino, si ferma di colpo, mi osserva con sospetto e si guarda intorno come per cercare aiuto.
“Morta? Vorrà dire nata !” – Sara reagisce con evidente imbarazzo.
“No,morta… in una mattina come questa…soleggiata e fresca “
“Ok. Chi è lei? Una scrittrice? Lavora di fantasia vero? Ok…c’era la guerra in quel periodo, ha voglia di parlarmi di questo? Molti anziani ne sentono il bisogno, anche mia nonna lo fa spesso…E’ morta sotto il famoso bombardamento sulla città?”- la ragazza mi piace, non mi crede ma regge il gioco.
“Nessun bombardamento. Sono morta perché una folata di vento mi ha fatto cadere questo bellissimo cappellino di feltro rosa sui binari del tram e io, per raccoglierlo, sono finita sotto…Vedi? Ho ancora i segni sul cappotto e manca un bottone rosso, proprio qui…Per fortuna il cappellino si è solo un pò schiacciato e la veletta si è strappata solo per pochi centimetri …Mi è andata bene!”
“Ho capito. Come si chiama signora?”- ora la ragazza sorride, sembra divertirsi. Che ci sarà di tanto divertente nel mio racconto? Sto dicendo che sono morta schiacciata sotto un tram e questa sciocchina ride.
“ Signorina, prego…sono la signorina Giustina Colarusso, sartina e modista d’alta moda ” – ci tengo a dire che mestiere facevo, perché se è vero che l’abito non fa il monaco è pure vero che nel mio caso la mia classe e la mia eleganza raccontano di me più di mille parole. Dalla mia borsettina nera estraggo uno specchietto e un rossetto rosso acceso, dello stesso colore della mia sciarpina di seta pura e mi ritocco le labbra delicatamente. Il tempo passa ma io non invecchio mai, solo il mio incarnato si fa sempre più pallido e diafano e io devo calcare sempre di più la mano col trucco, ombreggiandomi le palpebre d’azzurro e imbellettandomi le gote di cipria rosa.
“ Senta signorina Giustina, mi scusi se glielo chiedo : ha bisogno d’aiuto? Vuole che la riaccompagni a casa? Se mi dice dove abita lo farò molto volentieri, senza problemi…”
Che peccato, anche questa giovinetta pensa che io non la racconti giusta. Anche oggi la storia della mia vita si è fermata alla fine e se andiamo avanti così non riuscirò mai a raccontarla tutta. Che peccato. Pazienza, ho ancora tanto tempo per cercare un buon interlocutore, ho tutta la vita dietro!
Mi alzo lentamente ed elegantemente esco dal locale. E’ una splendida giornata autunnale e voglio godermi gli ultimi raggi di sole prima del prossimo lungo inverno.
Prima di allontanarmi sul viale ricoperto di foglie scricchiolanti, getto un ultimo sguardo alla ragazza nella sala da the: di sicuro lei non era la persona giusta con cui dialogare…Strana ragazza, forse un pò pazza…sta parlando con la rosa rossa nel vaso sul tavolino verde pallido.

Sara Ferraglia

lunedì 27 ottobre 2008

La signorina a colori


Su Viadellebelledonne è in corso una simpatica sfida a suon di racconti, che devono partire tutti da un incipit ben preciso.
Sto partecipando anch'io e tutto si svolgerà nel più assoluto anonimato fino alla votazione finale, dopo la pubblicazione del racconto n° 24.

Per chi volesse divertirsi a leggerne qualcuno e, magari, cercare di indovinare qual'è il mio, questo è il link :

http://viadellebelledonne.wordpress.com/

Buona lettura a tutti

giovedì 24 aprile 2008

Noi vogliam Dio

L’edificio un tempo era un monastero. I lunghi corridoi che si affacciavano sul chiostro quadrato ne conservavano l’austerità.
Mura antiche, aule antiche e professori antichi, in particolare due, quello di chimica e quella di matematica.
Il professore di chimica era un vecchio magrissimo e pallido dal lungo naso adunco e dal volto scavato.
Lo sguardo era gelido e quando eri lì alla cattedra per essere interrogata, specialmente se non capivi niente di chimica come me, ogni sua occhiata era una stilettata di ghiaccio puro.
Portava da anni lo stesso cappottone marrone e la stessa sciarpa che, appena entrato in aula, ogni mattina, faticosamente si toglieva ed appendeva all’attaccapanni, antico pure lui. Guardava noi “signorine” ci diceva buongiorno senza mai un sorriso e con passo lento e ciondolante si accomodava lentamente, sistemando sotto la cattedra la sua cartella di pelle logora e stinta.
Per lui tutto era andato avanti così per anni, come un rito sacro che non si poteva spezzare, fino al giorno in cui in quella classe seconda B arrivò Chiara.
A dispetto del nome, lei non era affatto “chiara”, a causa di uno spesso strato di fondotinta scurissimo che aveva sempre sul viso, metodicamente spalmato fin sotto il mento, in modo tale che il collo, invece, spiccava candido fra i colletti delle sue camicette.
Il nome Chiara fa pensare ad una dolce e delicata creatura, quasi angelica. Questa Chiara, invece, era una ragazzona altissima e notevolmente sovvrappeso dai lunghi capelli, che portava sempre arruffati e spettinati. Il trucco, come già ho accennato, era pesantissimo e non solo per colpa del fondotinta ; usava la matita nera sugli occhi così marcatamente che in confronto Cleopatra aveva un trucco discreto e sulle palpebre stendeva circa un etto di ombretto turchese. Indossava sempre minigonne cortissime che le scoprivano le cosce diciamo… un pò cicciottelle e camicette scollatissime sempre molto aperte sul davanti così da mettere ben in mostra un seno forse da sesta taglia.
A tutto questo dobbiamo aggiungere certi suoi atteggiamenti non proprio da “signorina“ come invece esigevano in quella scuola, risate sguaiate, parole che se le ripetessi qui verrei censurata, amichevoli pacche sulle spalle che ti facevano tossire per un’ora abbondante…Chiara, la personificazione del male, secondo certe compagne e certi professori.
Chiara la ribelle secondo certe altre compagne e certi altri professori già in odore di imminenti arie sessantottine.
Chiara quell’anno provocò in quella classe delle vere e proprie scosse telluriche. La prima fu quando il professore di chimica entrando con la stessa flemma di sempre e vedendola correre verso di lui, quasi come per travolgerlo fece due traballanti passi indietro:
“ Mah…insomma! Signorina cosa fa? ”
E lei, sfoderando un sorriso che a lui parve angelico e a noi tutte mefistofelico:
“ Permette che l’aiuti a togliere il cappotto professore?”
Lui fermo, immobile per interminabili secondi, Chiara col sorriso stampato in faccia, la classe in trepidante attesa di una glaciale reazione…e invece su quel viso incartapecorito si fece strada una smorfia, un movimento delle labbra che sembrava un sorriso.
Chiara lo interpretò così e gli tolse cappotto e sciarpa e, prendendolo sottobraccio, lo accompagnò alla cattedra e lui la seguì docile come un agnellino e con lo sguardo da pesce lesso.
E così quel giorno il gelido professore interruppe il suo gelido rito e qualcuno addirittura venne a sapere, da voci di corridoio, che lui non vedeva l’ora di far lezione in seconda B.
La professoressa di matematica era molto anziana, o forse dimostrava più degli anni che aveva per il suo modo di vestire, quasi da suora e per i suoi atteggiamenti davvero fuori dal tempo.
Piccolina di statura, gobba, sempre vestita di nero, capelli bianchi raccolti a crocchia sulla nuca, una pesante croce d’argento sul petto, era una caricatura vivente.
Entrava in classe, sempre seria ed austera e prima di sedersi in cattedra percorreva a svelti passettini tutto il perimetro dell’aula, invitando “lor signorine” a star sedute composte e a tirarsi le gonne sulle ginocchia per coprirle il più possibile.
Quando, durante la lezione, qualcuna di noi si alzava per chiederle il permesso di uscire, se indossava la minigonna, cosa molto probabile, dato che erano i primi anni settanta, provocava nella professoressa di matematica reazioni simili a un boccone che va di traverso; interrompeva la frase, diventava paonazza, si alzava in piedi, si copriva tutto il viso con le mani per non vedere :
“ Signorina si vergogni! Vergogna! Si copra…esca, esca ...fuori subito..!” poi tornava a sedersi stravolta e col respiro affannoso per ancora dieci minuti.
Ora, immaginate una come Chiara, alle prese con questo esemplare d’insegnante.
Le minigonne di Chiara erano le più corte di tutto l’istituto e facevano impazzire la povera donna.
La sua disperazione un giorno arrivò ad un punto insostenibile. Interruppe la lezione e si rivolse alla classe con le lacrime agli occhi:
“Signorine, ma voi non sapete cos’è la decenza. Voi dovreste venire a scuola tutte col grembiule nero e il colletto bianco, non così…così…scostumate. Voi dovete coprirvi le gambe, tenere un portamento da signorine…non così, io non ne posso più…ma insomma cosa devo fare? Signore santo, sant’Iddio ma cosa volete?”
A quel punto, dall’ultima fila di sedie in fondo all’aula si sentì un rumore assordante.
Sei ragazze si alzarono in piedi tutte insieme, Chiara nel centro. Girarono le spalle alla classe e all’insegnante, le braccia e lo sguardo in alto sulla parete, dove stava un antico affresco raffigurante una candida Madonna e un coro si levò:
Chiara: “Volete le rosse?”
Le altre: “ Nooooooooooo!”
“Volete le more?”
“Nooooooooooooo!”
“Volete le bionde ?”
“ Nooooooooooooo!”
Chiara: “ E allora cosa volete?”
Le sei ragazze tutte insieme:

“ Noi vogliam Dio Vergin Maria,
leva lo sguardo ai nostri cuor,
noi t’invochiamo o madre pia
dei nostri cuori colma il desir
dè benedici o madre al grido della fè
noi vogliam Dio che è nostro padre,
noi vogliam Dio che è nostro re…!

Si sentì un tonfo sordo alla cattedra. La povera professoressa di matematica era svenuta.
Chiara e le altre subirono una sospensione di una settimana.
Il professore di chimica, invece, finchè non tornò Chiara, tenne le sue lezioni col cappottone
addosso.

venerdì 21 marzo 2008

Due anime color seppia

Due anime color seppia

Quella mattina di un grigio fine gennaio dell’anno 2002 le anime color seppia di Alfredo e di Chiara si svegliarono infreddolite. Brividi violenti scuotevano la loro diafana essenza come non era mai accaduto prima d’allora.
Era passato tanto tempo da quando si erano addormentati nel lontano 1901, a pochi mesi l’uno dall’altra.
Per prima era partita l’anima di Chiara, in una limpida notte di febbraio e lei, salendo nel cielo stellato sopra la campagna emiliana, vedeva allontanarsi un campo candido di neve ghiacciata, dove si rifletteva la luce della luna, tanto che sembrava punteggiato da migliaia di lucciole.
Guardando in alto, oltre le nuvole, Chiara riusciva ad intravedere qualcosa che la precedeva di poco, una forma scura, capelli e barba candidi di un volto noto, che cantava il “Và pensiero”.
“Mò vè che lavoro! Ma che sia “il maestro”? E’ morto il 21 gennaio ed è ancora qui ! ”
Era davvero l’anima di Verdi che stentava a prendere quota, perché da laggiù, troppi la rimpiangevano e la evocavano ancora, e le facevano da pesante zavorra.
Anche Chiara per un attimo fu affascinata da quell’inattesa presenza che si fece sempre più vicina.
“ Del Giorda…nooo le ri…veee saluuta, di Sionne le to…oorri atterrate…” intonò timidamente quando gli fu al fianco e allora vide l’anima del Maestro contorcersi, terribilmente infastidita da quella “villica” che “cotanto ardìa” con quel suo canto stonato.
Delusa se lo lasciò alle spalle cercando di percepire, ovattato e sempre più affievolito, il pianto del suo Alfredo, che mungeva la Mora, la loro vacca più bella, seduto su uno sgabello di legno nella stalla.
Alfredo singhiozzava scuotendo la testa e il latte scendeva a fiotti caldi nel secchio, insieme a qualche lacrima, poi si fermava e guardava nel vuoto e un colpo di coda della Mora lo invitava a continuare la mungitura; voleva essere nello stesso tempo un invito e una carezza consolatoria quel violento colpo di coda e Alfredo riprendeva a mungere e a singhiozzare scuotendo la testa.
“ Mò dai, Alfredo, smettila di piangere e lavora che a minuti passa il casaro e tu non hai riempito neanche un secchio!”- brontolava Chiara mentre si allontanava e ancora non aveva perso il senso pratico dell’anima contadina.
Intorno alla loro piccola casa, solo campi innevati e alberi spogli nei frutteti e poi, più in là, la stalla e la casa di Severino ( detto Rino ) e della Cleonice ( detta Nice ), ai quali Chiara mandò un bacio, convinta di aver ancora una mano e una bocca.
Un bacio vero e proprio non arrivò mai a destinazione ma, in quel preciso istante, una fogliolina ormai secca del rametto d’ulivo appeso sopra la testata del letto, si staccò e si posò delicatamente sulla guancia della Nice.
Arrivata lassù Chiara si sdraiò e chiuse gli occhi aspettando Alfredo, che partì in ottobre e durante il suo viaggio vide i cesti gonfi di moscato dorato e Rino e la Nice che si preparavano per la pigiatura dell’uva. Lui era già a piedi nudi nel tino mentre lei si sistemava le vesti intorno ai fianchi per non sporcarle di mosto.
“Vè, Rino, ti sei lavato bene i piedi? “ e gli sorrideva maliziosa.
Rino le rispose cantando un ritornello antico:
“Filar non vol filar, cusir non la sa far el sol de la campagna, la dis che ghe fa mal.
Dirindin din, dirindin din, “

Forte e irresistibile quell'odore dell'uva saliva, saliva, stordiva e incantava.
Anche Alfredo, come Chiara, era convinto di aver ancora un braccio e una bocca quando si allungò il più possibile chiedendo agli amici un buon bicchiere di bianchetto profumato; la sua richiesta non giunse alle loro orecchie ma di certo si sa che loro andarono raccontando per molti anni a venire che una volta, durante una pigiatura del moscato, il mosto all’improvviso cominciò a bollire sotto i loro piedi, come se fosse sopra il fuoco.
Alfredo invece capì di essere diventato un’altra cosa e si sdraiò al fianco della sua Chiara e anche lui si addormentò, fino a quell'insolita mattina di fine gennaio 2002.
Laggiù, in quella che era stata la loro camera da letto, troneggianti dalla parete sopra al camino, erano rimasti i loro sguardi cupi, immortalati in un ritratto color seppia dalla cornice ovale.
Lassù, invece, per molti anni, essi avevano riposato uno di fianco all’altra nel silenzio e nella tranquillità, senza mai sentire la necessità di abbandonare la loro posizione orizzontale e fluttuante per dare uno sguardo sotto di loro ma quella mattina di gennaio qualcosa era cambiato.
Li aveva svegliati quel freddo insopportabile e si accorsero terrorizzati di come fosse improvvisamente difficile mantenersi in equilibrio, perché, a tratti una forza misteriosa li spingeva, li schiacciava, come un vento bizzarro e loro, povere anime color seppia, erano sbalzate di qua e di là, passando dall’abituale posizione orizzontale a quella verticale e poi sottosopra e poi di nuovo orizzontali, come due aquiloni impazziti. In quell’insolito turbinio i folti baffi all’insù di Alfredo si attorcigliarono come quelli di Don Chisciotte; i capelli di Chiara, da tempo immemore raccolti a crocchia sulla nuca, si scompigliarono disponendosi a ventaglio intorno a lei.
Sul portellone laterale del furgone parcheggiato nel cortile della casa spiccava, in una bella tinta fosforescente, la scritta: “Raimondo, lo sgombero solai più veloce del mondo”.
Due operai da qualche ora stavano svuotando le stanze di quella vecchia casa disabitata da anni:
“ Ci vuole del coraggio a comprare una roba così! Guarda qui, il tetto cade a pezzi!” commentava uno di loro.
E l’altro:
“ Adesso è di moda ristrutturare questi rustici; piuttosto sai cosa ti dico? Non capisco perché i nuovi proprietari vogliano buttare tutto quello che c’era qua dentro…ad esempio, guarda questa fotografia…magari era un bel ricordo per qualcuno” e staccò dal muro le due povere anime color seppia che, in quell’istante si svegliarono in quel modo tremendo che già conosciamo.
Nella stanza la temperatura crollò improvvisamente di cinque gradi e un vento siberiano fece sbattere porte e finestre :
“ Ma cosa sta succedendo? Senti che freddo…Dai, finiamo un pò in fretta altrimenti moriremo assiderati!”- e l’uomo gettò sul furgone il ritratto, il cui vetro si frantumò in mille pezzi; nel gelido silenzio di quella stanza il suo cellulare cominciò a squillare sulle note del “Và pensiero”.
“ Hai cambiato la suoneria? Ti sei convertito alla lirica adesso?”- gli chiese il collega.
“ Ma guarda che strano, io non cambio suoneria da anni! Lo sai che ho quella roba là…dai, come si chiama…la Macarena !”
Estrasse il telefono dal taschino e si apprestò a rispondere, guardando il display che lampeggiava a intermittenza e la cui luce, anziché essere verde come sempre, era di un delicato color seppia; dopo qualche istante il fastidioso lampeggìo cessò e a poco a poco si delineò un’immagine, prima sfocata e poi sempre più nitida e il volto dell’operaio assunse un’aria così terrificante che anche l’altro uomo, preoccupato, si avvicinò per capire cosa gli stesse accadendo.
Quello che videro sul display non lo avrebbero mai più dimenticato: i due sposi del ritratto color seppia li stavano guardando sorridenti e un pò spettinati; l’uomo, il burbero Alfredo si attorcigliava un baffo intorno al dito e la donna, la tenera Chiara, con la mano mandò loro un bacio, che si posò lieve come una piuma sul viso di entrambi.
I due uomini, pallidi come la luna, si guardarono allibiti e ciascuno vide il volto dell’altro alterato dall’incredulità e dalla paura; rimasero così, immobili come due statue di cera, per un buon quarto d’ora.
Intanto una voce dal cellulare tuonava:
“ Ben mò allora! Siete rimbambiti? Cosa state facendo? Rispondete sì o no? Boia di un mondo ladro…se vi piace scherzare questo non è il momento! Ci sono ancora tre sgomberi urgenti da fare, imbecilli !” – era il titolare, il signor Raimondo, al quale, da quel giorno vennero forti dubbi sul fatto che il suo servizio fosse il più veloce del mondo.

( Sara Ferraglia)

venerdì 14 marzo 2008

La magia di Amin

La magia di Amin.

Avevo traslocato da pochi mesi nella casa nuova.
Fra i mobili che avevo appena acquistato c’erano due divani che non volevo rovinare subito.
Avevo bisogno al più presto di due teli per coprirli ma li volevo strani, particolari e soprattutto molto colorati.
Da sempre mi muovevo in lungo e in largo per la città con la mia vecchia bicicletta perché fa bene alla salute, perché è comoda e perché allarga gli orizzonti.
In che senso? Nel senso che se ti muovi in auto devi badare alla strada, devi arrabbiarti in continuazione per le code che ti tocca sopportare e non puoi nemmeno guardarti intorno.
Se viaggi in autobus è vero che hai più tempo di osservare le persone, di ascoltare, anche di perderti nei tuoi pensieri con lo sguardo fuori dal finestrino ma poi, dopo un pò ti annoi a morte perché il percorso e le persone sono sempre le stesse.
La bicicletta invece va dove ti porta il cuore, per essere sentimentali come quella famosa scrittrice dai capelli corti, oppure va dove ti portano le tue gambe, per dirla in modo molto più terra a terra, oppure va dove ti porta la tua anima , per dirla a modo mio e mentre pedali puoi decidere di cambiare strada all’improvviso, solo perché passare da quel borghetto antico ti piace.
E io faccio spesso così. Ci sono angoli della città dove sento il bisogno di sostare almeno una volta la settimana e la mia bici mi accompagna sempre molto volentieri e soprattutto mi aspetta per tutto il tempo di cui ho bisogno.
Uno di questi “angoli” è la strada che porta alla piazza del Duomo e del Battistero, due piccoli gioielli rosa di questa piccola città.
In quella via c’è un’antica libreria che mi piace perché ha il pavimento di lunghe assi scricchiolanti che quando cammini creano, insieme all’odore di cera e di carta, un’atmosfera che trovo solo lì dentro. Il sottofondo musicale purtroppo c’è ma è molto discreto e ti accompagna con dolcezza nelle tue scelte ( è lì che ho sentito per la prima volta la magica chitarra di Pat Metheny e me ne sono innamorata).
Anche quel giorno che cercavo i teli per i miei divani, mi ero fermata in quella via ed ero entrata in quella libreria , solo pochi minuti , per il piacere di stare in mezzo ai libri.
Guardo l’orologio. Accidenti! Tardissimo! Esco a passo sostenuto e con lo sguardo basso, troppo basso e così sul marciapiede mi ritrovo maldestramente addosso a una persona.
“ Ops…mi scusi” - e guardo chi è.
È un ragazzo di colore con un bellissimo abito lungo, sfondo giallo e disegni tribali neri, esattamente come vorrei i miei copridivani, penso per un attimo.
“ Vuoi comprare questo portafortuna?” – e mi mostra un sassolino scuro che io guardo perplessa.
“ No, davvero, scusami ma ho una fretta tremenda”
“ Guarda. Aspetta …di che segno sei”?
Ahi, ahi…mi ha toccato nel mio punto debole! Se mi parli di segni zodiacali facciamo notte!
“ Sono dell’ariete, perché ”?
“ Perché allora devi comprare questa pietra” – e ripone il sassolino nero, estraendo da una tasca una pietra rossa che a me sembra di comunissima plastica.
Non ne ricordo il nome e non è nemmeno importante, perché quello che conta è che mi sono fermata lì con questo ragazzo anziché scappare via.
Lui mi parla della buona sorte, della magia che viene dal cuore, delle pietre che non sono oggetti morti e freddi ma vivono e ci danno forza,insomma tutto un misto di teorie new-age , yoga e tutto quanto va di moda in questi anni.
“Senti, io devo proprio andare adesso perché devo cercare dei copridivani e fra mezz’ora i negozi chiuderanno, capisci”?
“Io capisco. Mio fratello Amin ha i copridivani che piace a te. Ti porto”.
“ E va bene, dai, dov’è il negozio? Lontano? ”
“ No, qui dietro” – e giriamo l’angolo .
Intanto lui parla, parla, racconta che viene dal Senegal, che si chiama Kader, che laggiù ha due bambini e che appena avrà i soldi e una bella casa tornerà a prenderli e li porterà a vivere qui.
Mi vergogno mentre penso che non mi interessa la sua vita, che queste persone hanno storie un po’ tutte uguali e che forse mi sta dicendo un sacco di balle ma poi penso che è molto più facile essere tutti uguali nella miseria che nella ricchezza.
Lui continua a parlare e io sono un po’ nervosa perchè ho fretta, perché non volevo fermarmi con lui, perché chissà dov’è questo Amin e se davvero è suo fratello….perché sono nervosa e basta.
Per fortuna arriviamo in una via affollatissima e ci fermiamo davanti a un negozio, ”La magia di Amin” si chiama. Accidenti….la magia? Ma che è sto posto?? Se fossi un po’ superstiziosa, quella storia dei segni zodiacali, del portafortuna…ecco...adesso non entrerei ma non la sono ed entriamo. C’è nell’aria un profumo dolcissimo e un po’ nauseante.Anche qui c’è un sottofondo musicale discreto, percussioni e suoni africani, immagino.
Mi guardo intorno e vedo un posto pieno di colore, solo colore è quello che percepisco in un primo momento .E allegria e cordialità e voglia di danzare, di muoverti al ritmo di questa musica irresistibilmente calda.
Lo paragono per un attimo al negozio dove sono entrata ieri. Commessa pallida, biondina gelida che mi mostra degli anonimi teli a fiorellini alla bellezza di 75 Euro l’uno!! E poi nemmeno mi piacevano. E lei , alla fine era anche un po’ infastidita per il fatto che non mi erano piaciuti.
Qui invece si sta bene.
Kader si sporge un po’ verso l’alto e urla:
“Amin……”- segue una lunga sequenza di suoni e un colorito accostamento di sillabe che formano parole assolutamente incomprensibili per me.
Da una scala a chiocciola scende Amin.
Capelli ricci e biondi sul viso ovviamente scurissimo! Un pugno in un occhio, che vuol dire, un accostamento che stride da morire!
“Ciao. Tu vuoi teli colorati per i tuoi divani?” e sfodera un sorriso di quelli che hanno loro con quei denti bianchissimi.
“Sì, hai qualcosa da farmi vedere?” - mi sento un po’ strana, un leggero mal di testa, un senso di nausea, che sia questo profumo??
“Guarda questo che bello! E questo…e ancora questo…..40 euro soltanto”.
Sono circondata dai teli colorati! Me li sta stendendo ai piedi come a una regina, me li appoggia sulle spalle, ne mette uno sulle sue come un mantello e non finisce mai di mostrarmene, come se li estrasse dal magico cilindro di prestigatore.
Ma qui il trucco non c’è…forse…e mi gira la testa ancora di più…
Sono immersa nel colore, nel suono e nel profumo dell’Africa…
Eccolo.Lo vedo il telo uguale al vestito del fratello di Amin e cerco di uscire da questo strano torpore.
“Scusami, questo…questo mi piace molto…fai vedere…che misura ha?”
È perfetto per me, è quello che cercavo.Sì ne prendo due uguli. Ecco li pago. Ho fretta…tanta fretta, vorrei uscire da qui…
Amin prende una borsina di plastica bianca e mi allunga il mio prezioso pacchettino.Saluto entrambi e loro mi danno la mano. Quanta cortesia per soli 80 euro! Esco contenta, davvero, mi piacciono i teli e poi qui fuori respiro meglio e tutto quel nervosismo mi è passato. Sono rilassata e fischietto mentre torno verso la mia bicicletta, là nel borghetto che porta al Duomo e al Battistero,davanti alla vecchia libreria.
Cammino in fretta ma questa volta il mio passo è ritmato non dal nervosisimo ma dalla leggerezza d’animo. Ho sempre lo sguardo basso e…ops…..ancora una volta mi ritrovo addosso a una persona…
“Scusi…non l’avevo vista” e la guardo e mi cade la borsina di plastica con dentro i miei teli.
È una vecchietta elegantissima, con tanto di cappellino e di veletta che mi fa pensare alla nonnina di Gatto Silvestro, solo che questa non è gentile ed educata e comincia a gridare con una vocina antipatica e stridula :
“Ma stia attenta a dove cammina, non vede? Mi ha pestato un piede, accidenti a lei!Ma che cafona e poi smettetela tutti di stare qui sui marciapiedi a vendere queste schifezze, andate a lavorare seriamente, piuttosto! Oppure é ancor meglio se ve ne tornate tutti a casa! ”
Ma che dice questa? Mi giro per vedere con chi parla, forse con Kader, di certo non con me.
E mentre mi chino per raccogliere la mia borsina mi vedo i piedi….neri che calzano le ciabattine di corda come quelle di Amin e poi lo sguardo sale.
Il mio vestito è lungo, colorato coi disegni tribali, come i teli del negozio.
Mi tocco i capelli…treccine fitte fitte sul mio capo!
Mi avvicino alla vetrina della libreria e quello che vedo riflesso è un ragazzo nero.
Vedo Kader…ma sono io, sono bianca, abito in questa città. Che succede? Questo profumo mi stordisce di nuovo! Questa musica mi martella le tempie…eppure dentro sono leggera, sono contenta…ho appena comprato quei teli colorati che mi piacciono tanto….ecco, sono qui nella borsa…
Apro la borsina di plastica, metto dentro una mano e la tiro fuori piano, piena di sassolini colorati e l’allungo verso la signora isterica.
“Vuoi comprare porta fortuna?”

( Sara Ferraglia)

martedì 11 marzo 2008

Non si maltrattano così le signore



Ripropongo oggi un racconto che scrissi anni fa e che, nel frattempo, è comparso

su Viadellebelledonne : http://viadellebelledonne.wordpress.com/?s=non+si+maltrattano+cos%C3%AC+le+signore

su Blogolonelbuio : http://blogolonelbuio.blogspot.com/2011/01/racconto-non-si-maltrattano-cosi-le.html



( Donna allo specchio - Picasso )
Non si maltrattano così le signore.


Mi sono accomodata sulla poltrona del parrucchiere. Poca gente, musica new-age e volume un po’ troppo alto.
“ Arrivo subito da te “ Luca, uno dei ragazzi che lavora lì, rigorosamente vestito tutto di nero, si affaccia dall’altra stanza per poi sparire di nuovo.
Rimango sola davanti ad uno specchio immenso e crudele.
Molti anni fa mi piaceva guardarmi, sciogliere i miei capelli neri, lunghi e lisci nell’attesa che arrivasse chi doveva prendersi cura di loro e poi spostarli tutti sulla spalla reclinando il capo, con un gesto lento, studiato, lezioso e guardarmi nello specchio, fissarmi negli occhi scuri, grandi e accesi. Accadeva molti anni fa. Ora lo specchio è crudele perché non mi concede nulla. Non ho più capelli neri da sciogliere, perché da qualche tempo li porto corti, con la scusa che meglio si adattano alla mia personalità; in realtà lo faccio perché sono pratici, li posso lavare ogni mattina sotto la doccia e con le sole mani in pochi minuti li posso acconciare. E poi il capello lungo ad una certa età fa “dietro trofeo, davanti museo”. E poi il capello lungo ha bisogno di cura e attenzioni che solo un parrucchiere può dare, altrimenti si spezzano, si formano le doppie punte…E poi, e poi, accidenti, chi se ne frega del perché ho i capelli corti! Sono tutte elucubrazioni mentali che vogliono solo esorcizzare il tempo e la paura di vedere riflesse in questo specchio le tracce che questo mostro ha lasciato sul viso, sul collo, sui capelli.
“ Eccomi. Ciao, come stai?” dice Luca che con un balzo è tornato dietro le mie spalle.
In realtà non gliene frega niente di come sto io e quindi freddamente rispondo:
“Ciao a te, cosa facciamo coi miei capelli?”
“Dimmi tu, cosa vuoi?”
Un’altra cosa che da un pò di anni faccio fatica ad accettare (credo più o meno da cinque anni o giù di lì ) è questa facilità che hanno i giovani di darti del tu. Una mia amica dice che a lei piace perché la fa sentire a suo agio, invece a me fa sentire fuori posto.
Mi tocco i capelli, li giro e li rigiro fra le dita e poi decido:
“Taglia. Un bel corto tutto sfilatino.”
Luca canticchia e prende da un cassetto una mantella nera così non mi si appiccicheranno tutti i capelli sui vestiti.
Sbandierando come un toreador mi avvolge in quella nuvola sintetica e chiude il tutto stringendo il laccetto di velcron sulla mia nuca.
A quel punto il mio collo subisce una rapida trasformazione e la pelle si raggrinza, si affloscia, si piega e io mi sento un visitor, un E-t appena sbarcato su madre terra!
“Scusami, ho forse stretto troppo?”
“ Un pochino!” gli rispondo col volto paonazzo.
Luca allenta il laccetto e il mio collo si distende di nuovo e torna alla normalità come pure il mio colorito e il ragazzo, sempre canticchiando inizia a tagliuzzare qui e là sulla mia testa.
Continuo a guardarmi nello specchio, che mi sembra sempre più grande e sono rigida come un baccalà, con tutti i muscoli del mio corpo in massima tensione.
Una volta, credo circa dieci anni fa o giù di lì, (incredibile come, ultimamente, mi venga naturale e urgente quantificare il tempo) mi capitava raramente di non sentirmi a mio agio in qualsiasi situazione mi trovassi mentre ora, ogni tanto, divento Dottor Jackil o Mr.Hide e subisco queste strane metamorfosi.
La porta a vetri del negozio si apre e insieme ad una folata di gelo entra qualcuno.
“Ciao caro, come stai? Hai tempo per me che ho un po’ fretta? Come mi trovi? “ la voce un po’svenevole precede di qualche istante l’immagine di una stupenda ragazza che ora si riflette nello specchio divenuto, per l’occasione, improvvisamente benevolo.
Mi chiedo come farà Luca a rispondere contemporaneamente a tre domande precise e a mettersi subito a sua disposizione poiché sta lavorando sulla mia testa.
Lui prima con quella strizzatine di velcron ha messo a disagio me e quindi ora aspetto di vedere il suo imbarazzo nel dovermi mollare su due piedi! Eh sì ragazzino, qui ti voglio!
“ Ciao bellissima, bene grazie e tu? Ma certo, sarò da te fra pochi minuti e ti trovo splendidamente in forma “ si gira verso la scala e chiama Anna, pregandola di venire subito a sostituirlo.
Mi sorride, si allontana camminando a ritroso e intanto mi dice:
“Scusa sai. Io qui ho finito e ti asciugherà Anna. Non ti dispiace vero? Grazie.”
Ecco come ha fatto. E se l’è cavata anche bene. Sarà grazie all’esperienza o sarà per quella massa di riccioli rossi e quella fila di denti bianchissimi che gli stanno davanti?
Non ho nemmeno il tempo di rispondere che lui è già sparito nella stanza accanto seguito da una fresca e svolazzante scia di profumo.
Torno a girarmi verso lo specchio, sempre più rigida, sempre più baccalà e intanto alle mie spalle arriva Anna, che, un po’ infastidita mi saluta con un secco “buongiorno” e una veloce strizzatina di velcron, così mi trasformo di nuovo, prima in E-T e subito dopo in Mr.Hide.
Sento il mio volto farsi di nuovo paonazzo e i battiti cardiaci accelerare come impazziti.
“ Senti ragazzina, allenta subito questo laccio che mi stai strangolando “- le dico con una voce quasi gutturale, che suona nuova anche alle mie orecchie – e poi corri di là e dì a Luca che gli devo parlare immediatamente, capito? Vai!!!”
Mi strappo via il mantello da toreador, mi alzo in piedi di scatto pregustandomi il momento di gloria che avrò quando mi troverò davanti quello stronzetto di Luca…Gliele canterò in rima, gli dirò quanto è stato maleducato e che non mi vedrà più nel suo negozio e gli dirò anche che mi dava tremendamente fastidio quando si rivolgeva a me con quel “tu” troppo facile e gli dirò che non è mai stato capace di mettermi a modo la mantellina sulle spalle! Oh, ma quante gliene dirò!
Luca arriva e io troneggio su di lui come una regina disadorna (citazione da uno dei miei autori preferiti) mani sui fianchi da brava “rezdora”, capelli dall’acconciatura spaziale e fumo che mi esce dalle narici come ai tori nell’arena.
“Dimmi, che problema hai?”
Mi da del tu e mi fa anche una domanda precisa: che problema ho.
Che problema ho?
Ne ho mille di problemi e non uno. Il più grosso è che ad una domanda precisa in una situazione di disagio, non mi viene mai la risposta che vorrei.
Qualche secondo di silenzio e poi…le braccia mi scivolano lungo i fianchi, i capelli mi si afflosciano e la mia statura immensa torna nella norma.
Con una vocina flebile e tremula che non mi appartiene per nulla, esattamente come non mi apparteneva quella roca di prima, dico :
“ Non si maltrattano così le signore” … divento rossa come un papavero e penso…meno male che leggo molto e vedo molti film, così qualche volta mi vengono le risposte giuste al momento giusto!


Titolo Film
NON SI MALTRATTANO COSI' LE SIGNORE
Anno
1968
Titolo originale
NO WAY TO TREAT A LADY
Durata
107
Vietato
14
Origine
USA
Colore
C
Genere
DRAMMATICO
Formato
TECHNICOLOR
Tratto da
ROMANZO DI WILLIAM GOLDMAN

(Sara Ferraglia)




martedì 29 gennaio 2008

Voce dell'est.



Voce dell’est.

Ogni mattina mi alzo, vado in stazione a Parma e prendo il treno dei pendolari, che mi porta abbastanza velocemente a Bologna: lavoro otto ore e poi torno a casa : tutti i giorni, tutto uguale senza infamia e senza lode.
Di bello in questa monotonia quotidiana c’è che mi viene spesso la voglia di scrivere, che non è una vera vocazione ma è qualcosa che un pò le assomiglia, perché ti prende così forte che certe volte vorresti scriverti sulla mano per non dimenticare il concetto.
Mi prende anche sul treno, magari solo guardando una faccia o ascoltando i discorsi della gente.
Salgo e cerco sempre di sedermi sul primo sedile a destra perché sono un’abitudinaria.
Sulla sinistra vedo che si stanno sistemando altre persone, salite insieme a me; le vedo solo con la coda dell’occhio.
Suona un cellulare : la stangata, quel vecchio film con Paul Newman.
“ Sì ciao, come tu sta? ” – voce di donna dolcissima, dall’inconfondibile accento dell’est.
Sui cellulari si può dir tutto di buono, tranne che rispettino la riservatezza; squillano a tutte l’ore e quando rispondi ti urlano nell’orecchio, come stava facendo adesso quella voce maschile. I cellulari ti trovano, sempre:
“ No, tu non ti preoccupa…no oggi no, io devo aggiustarmi la schiena, mi fa male…domani? Sì domani…Domani io viene da te…”
“ Dispiace a me …ti prego tu pazienza…oggi non posso…che problema ha tu? Domani…si domani io viene… ”
Mi volto verso quella voce così dolce e musicale. Ora tace. È una ragazza bionda, carina, dall’aspetto trascurato : i suoi abiti, per taglio e fattezza, non li indosserebbe nemmeno mia nonna.
Ha una codina tenuta ferma da un piccolo elastico di gomma, due spilline di alluminio ai lati, una maglietta coi brillantini e un paio di jeans scoloriti.
Due donne in piedi lì vicino conversavano prima che la ragazza parlasse poi zitte, immobili, facendo le indifferenti, hanno ascoltato tutto ed ora si lanciano sguardi complici e maliziosi e una dà una gomitata all’altra ammiccando verso la biondina.
Parma è una piccola, luccicante e borghese città di provincia dove conta apparire più che essere. Basta osservare queste due “signore” e ascoltare i loro discorsi per capire il concetto :
“ Io ti consiglio di andare alla lavanderia Profumo di via Farini…è un pò cara ma ti garantisco che lì sono molto bravi. D’altronde quando porti a lavare i cappotti chiari in cachemire e i pull un pò…come dire…importanti, sai, devi essere sicuro del risultato…” – questa donna tutta griffata dai capelli alle unghie dei piedi parla come se cercasse di muovere il meno possibile le labbra e i muscoli facciali. Ne risulta un’espressione innaturale, glaciale e antipatica.
“ Sì, seguirò il tuo consiglio, d’altra parte sai, anch’io in genere indosso capi belli in seta, lana fine…e quando la lavanderia te li rovina sono sempre grane e poi ti dispiace…” - risponde l’altra meno griffata ma dalla voce ancora più antipatica perché si sforza di produrre una “ r “alla francese che proprio non le appartiene!
Parlavano così le due signore, parlavano di vacanze, di abiti, di firme e si sono zittite quando la dolce voce dell’est ha risposto al cellulare.
E sottovoce la signora mummificata dice a quella con la “r” forzata:
“ Che pena! C’è pieno! Parma qualche anno fa non era così. Adesso sono arrivate anche queste dell’est che se fanno le badanti va anche bene ma sai com’è…spesso stanno sulla strada..” e guarda verso la dolce voce dell’est.
E l’altra :
“ Cara, d’altronde dove c’è la miseria! Sai, ieri un cliente di mio marito è andato in studio perché vuole aprire un bar in Romania e quelli gli stanno creando noie, tanto che è dovuto ricorrere all’avvocato. Ma perché aprire un bar? Non hanno soldi poveracci e quindi non possono nemmeno entrare nei bar.”
E la mummia sempre più rigida, spostandosi lentamente una ciocca di capelli dalla fronte:
“ Ma certo…meglio sarebbe un negozio di alimentari! Sono affamati. Quello può rendere molto di più! Chi ha fame deve pur comprare un pezzo di pane no? “
Suona il cellulare di una delle due: “ La cavalcata delle valchirie ”.
“ Cara…mio Dio quanto tempo!! Tutto bene al Forte ?“
Il Forte, per chi non lo sapesse, è Forte dei Marmi, località della Versilia molto nota, specialmente qui a Parma ; se hai almeno un bilocale al Forte il tuo prestigio, in certi ambienti, sale di molti punti.
Si alza la dolce ragazza dell’est, mi passa accanto, si volta per un attimo verso di me; sta piangendo e quelle sue lacrime mi colpiscono forte, come un pugno nello stomaco e vanno dritte all’anima.
Passa accanto anche alle “signore”, per un attimo rimane come sospesa…sembra voler dire qualcosa, invece le guarda negli occhi, in silenzio, prima una e poi l’altra e scende alla prima fermata.
(Sara Ferraglia)

( Immagine tratta da :http://www.odilialiuzzi.com/NICLA_img/ni.jpg)

martedì 22 gennaio 2008

La penultima fermata


Agosto in città.
E’bello camminare per le vie del centro così vuote, così silenziose. Riesci a cogliere dettagli e particolari che normalmente ti sfuggono. Ti senti più vicina alle poche persone che incontri e quasi vorresti fermarti a scambiare con loro due parole, senza fretta, senza ansia, solo per comunicare, per conoscere le loro storie.
Sono alla fermata degli autobus: la penultima di Via Repubblica. E’ tardi e il sole sta tramontando rosso fuoco in fondo alla strada e si lascia guardare, finalmente dolce ed arrendevole, dopo aver bruciato per tutto il giorno i tetti e le strade.
Si avvicina lentamente una donna anziana dalla corporatura robusta. Cammina come se ogni passo le costasse una fatica enorme. La borsetta piccola, nera, coi bordi spelacchiati e consunti penzola lentamente, al ritmo del suo passo, dalla sua mano destra. Indossa un vestito di tessuto sintetico a grossi fiori rossi, comprato forse sui banchi del mercato della Ghiaia, uguale a mille altri vestiti di mille altre donne anziane.
Improvvisamente scatta in me la voglia di quel gioco che faccio spesso quando sono calma, rilassata e non ho fretta.
Conoscere, capire…vivere la vita di quella persona sconosciuta, la sua storia…è più forte di me, non posso farne a meno.
“ Mi scusi, è già passato l’8?”- e la signora mi parla.
La guardo. Questa volta mi interessa il suo viso: rugoso, rughe dure, di quelle che solo un lavoro nei campi sa scavarti sul volto; occhi piccoli e vivacissimi, brillanti, ancora pieni di energia e di curiosità.
Le sorrido:
“ Non credo. Ma non ho badato molto, non vorrei darle un’indicazione sbagliata…”
Avrei voluto risponderle che non stavo guardando nulla, vedevo solo lei che attraversava e io lavoravo di fantasia, persa in un mondo parallelo: lei, in quei momenti era una persona ai raggi x della mia immaginazione.
“ Sa, io vengo a piedi da San Giovanni. Ho camminato fin qui ma adesso le gambe mi fanno troppo male…”
Si guarda i piedi gonfi, infilati in un paio di patetiche scarpe rese deformi dalle artrosi delle sue ossa.
“E dove deve andare ?”
“Là in fondo alla via. Lo so che è vicino ma non cammino più…Ho fatto un giro troppo lungo…” e mi elenca tutti i borghetti della zona dietro al Duomo. Un percorso preciso che io conosco poco. Lei invece parla come se avesse una mappa della città stampata nella testa.
“Sa, io abito in Via Dalmazia al 22, mi chiamo Pittella Letizia”
Mi viene da sorridere .Questa donna è sola, ha così voglia di parlare che mi dice in un attimo il suo nome, cognome e indirizzo. Mi prende una malinconia struggente .
“ Sono sola – dice abbassando la voce – la libertà che ho la pago con la solitudine! Mangio se voglio e quando voglio,vado dove voglio….ma sono sola”
Non so cosa rispondere…sto per dirle qualche banalità...ma lei continua:
“Lei perché non prende il 22 invece di aspettare l’8?”
Le rispondo volentieri:
“Io lavoro in quel portone, proprio qui davanti vede? E quindi mi fa comodo l’8…”
All’improvviso mi si blocca la parola …Io non ho mai detto a questa Letizia che sto aspettando l’8!
In un attimo cerco di ricordare se ci siamo già parlate, cerco di capire se lei mi conosce, se l’ho già vista ma non trovo nessun collegamento, nessuna ragione per cui lei possa sapere la mia strada di ogni giorno. Sento solo che questa donna mi è vicina, molto vicina e non solo fisicamente.
Ho indovinato che vive sola, ho intuito la sua vivacità contrapposta alla sua tristezza. E lei?
Lei mi sente nello stesso modo? Lei forse ha fatto con me lo stesso gioco!
Ma no…e giustifico il fatto col pensiero che a quell’età ci si confonde e forse mi scambia per qualcun’altra.
Come se niente fosse ,dando per scontato che io abito al capolinea del 22 , e che quindi avrei fatto meglio a servirmi di quella linea ,lei continua a parlarmi del nuovo supermercato di quella zona ,la mia….
Mi riprendo un po’ dallo stupore e sto per chiederle come fa a sapere dove abito ma arriva un autobus e lei mi saluta e a piccoli passi traballanti si avvicina al bordo del marciapiede.
“Signora…mi scusi ma quello non è il suo autobus ! Non stava forse aspettando l’8?”
Lei senza voltarsi mi fa un cenno di saluto con la mano, sale e se ne va lasciandomi sola e allibita sul marciapiede.
Ormai del sole rosso in fondo alla strada si vede solo un semicerchio .
Ecco, sta per arrivare l’8…dovrei salire e tornare a casa e soprattutto dovrei smetterla con questo stupido gioco ma quando l’autista si ferma e mi apre la porta io lo lascio ripartire . Ho un’urgenza. C’è una cosa che devo assolutamente fare.
Attraverso la strada deserta e in fondo alla via giro a sinistra verso Via Dalmazia. Quella donna ha detto di abitare lì, al n° 22.
Sono ansiosa, curiosa, agitata e non so perchè. Non so nemmeno perché sto facendo questo.
Arriverò tardissimo a casa, si preoccuperanno ma io devo vedere dove abita Pittella Letizia.
La via è uno stretto budello che corre fra due file di case del secolo scorso o forse anche più vecchie; nessun albero, nessun giardino, solo portoni che si aprono direttamente sullo stretto marciapiede.
Percorro lentamente il lato dei numeri pari, cercando il 22. Lo trovo : sono otto campanelli e sul primo trovo il nome, Pittella Letizia.
Ecco,adesso potrei anche ritenermi soddisfatta. Potrei smetterla con questo voler credere nelle percezioni strane, nelle voci che arrivano direttamente dal mio cuore e che il cervello spesso si rifiuta di elaborare.
E invece come se non dipendesse dalla mia volontà il mio dito si avvicina al campanello e suono:
una volta,due volte…Silenzio. Nessuno risponde. Sto per andarmene quando si aprono le persiane del primo piano e si affaccia una donna dall’aria infastidita :
“Ma cosa vuole? Perchè suona con tanta insistenza? “
“Mi scusi signora, io cerco Letizia Pittella, non volevo disturbare lei!”
La donna mi guarda in silenzio. Un silenzio che dura una vita.
“Mia madre è morta un mese fa. Abitava qui nell’appartamento di fianco al mio”
Non so come spiegare la mia presenza lì su quel marciapiede .
“Mi dispiace ma…”
Non posso certo dirle che io l’ho incontrata un quarto d’ora prima e che le ho parlato.
“Com’è accaduto?”
“ Purtroppo mia madre era una donna tutt’altro che tranquilla. Alla sua età, nonostante tutti gli acciacchi che aveva ,era continuamente in giro. Passava giorni interi sugli autobus con le scuse più banali. Magari decideva di andare a comprare una micca di pane dall’altra parte della città! Era fatta così…e un giorno mentre scendeva dall’autobus è caduta. Una caduta tanto brutta che non si è più ripresa e se n’è andata…..ma lei? Perché la sta cercando?”
In questo momento devo davvero ringraziare la mia fantasia se quello che sto per dire risulta essere abbastanza logico e credibile:
“Veniva spesso nel mio bar e ogni tanto comprava un biglietto della lotteria. Ne facciamo spesso nel quartiere, a beneficio della casa di riposo…E sua madre comprava un numero e scriveva sempre sulla matrice nome, cognome e indirizzo. Ecco…volevo solo dirle che ha vinto una scatola di caffè…mi dispiace tanto signora…ma mi scusi…dove è accaduto? Che autobus era?”
La donna ora ha lo sguardo triste e gli occhi sono pieni di lacrime.
“ Era l’8. Alla penultima fermata di Via Repubblica.”

mercoledì 12 dicembre 2007

Un Natale d'incanto.

Un Natale d’incanto.

“Che regalo vuoi zia Titti per Natale?” – lei è seduta come sempre accanto al termosifone, nella piccola cucina dove ancora troneggia il vecchio camino da anni in disuso.
Mi osserva col suo sguardo vispo e curioso, sul quale nemmeno la fitta e intricata ragnatela di rughe profonde è riuscita ad avere il sopravvento: gli occhi color nocciola risplendono giovani e pieni di vita nel suo volto scarno di novantenne.
“ Se mi fa male? Si che mi fa male la schiena…per forza con questo caldo moderno! Quando accendevo il fuoco mi sedevo due minuti lì davanti al camino e mi passava tutto…ahia…ahimè “- se zia Titti ha la vista e lo sguardo di una ventenne non si può certo dire che sia stata altrettanto fortunata con l’udito.
“ No zia, ti ho chiesto che regalo ti piacerebbe per Natale…”- credo che l’eco della mia domanda sia giunto fin sulla cima della collina, tanto ho alzato la voce ma non risponderà nessuno perché quella di zia Titti è l’unica casa nel raggio di tre chilometri e tutt’intorno ci sono soltanto boschi e campi, che la nevicata della notte ha reso immacolati e ancor più silenziosi.
“Non gridare… ho capito !- e per un attimo fa la faccia offesa - ascolta, sai cosa mi piacerebbe? Mi piacerebbe andare in città a vedere i negozi illuminati con tutti gli addobbi di Natale…-
Mentre mi risponde si liscia i capelli candidi e radi, raccolti a crocchia sulla nuca, nel tenero tentativo di apparire più ordinata e assume il tono piagnucoloso e imbronciato di una bambina di cinque anni:
“Nessuno mi ha mai portata a vederli, neanche quando ero più giovane…!”
“Zia, ma che dici? Da giovane eri tu che non volevi mai lasciare “Il Pianello”- così si chiamava la sperduta località dove abitava da sempre- ed ora che fai così fatica a camminare e a muoverti vorresti andare giù in città? Non credi che i tuoi siano solo capricci?”
Sto riordinando la cucina e mi fermo di colpo perché la richiesta della Titti mi ha stupita.
“ Nàni – lei mi chiama sempre così - perché mi hai chiesto che regalo voglio per Natale…? Se hai già in mente tutto te, potevi anche tacere…”
Non voglio certo mettermi a discutere con Titti ma voglio capire fino a che punto la zia vuole davvero che la porti in città con questo freddo e con la strada quasi impraticabile.
Una volta sola nella sua lunga vita zia Titti andò in città e fu in occasione di un ricovero urgente per quella che, sulle prime, sembrò una grave malattia del fegato ma che poi risultò essere una banale intossicazione alimentare.
“ Carina, senti – mi sussurrò piano all’orecchio quella volta, mentre stavo seduta di fianco al suo letto – non dirlo a nessuno, neanche al signor dottore: io ho mangiato cinque pacchetti di patatine fritte, perchè sono molto più buone di quelle che faccio io, lo sai?”- quell’unica volta non ebbe certo il tempo né la voglia di visitare le vie del centro.
“ Zia, perchè desideri tanto che ti porti in città per Natale? Non è per vedere le vetrine vero?” – ora mi siedo vicino a lei e l’abbraccio e la sua mano ossuta e tremante prende la mia e stringe forte :
“ No, cara…però mi piacerebbe proprio tanto, perché non ho più tempo...e devo fare una cosa…”
In quel momento sento che non posso fare a meno di accontentarla, perché la vita glielo deve e perché c’è una forza misteriosa in quel desiderio, che nasce dalla sua anima candida come la neve che brilla là fuori.
E’ il pomeriggio della Vigilia quando le faccio indossare il cappottino elegante,quello con il collo di astrakan e il cappellino di feltro, che lei tiene, come una preziosa reliquia, in una scatola nell’armadio. Velocemente Titti, girandomi le spalle come se non volesse farsi vedere, nasconde qualcosa nella borsetta; riesco solo a intuire che si tratta di un piccolo oggetto avvolto in un carta dorata sottile. Nell’aria aleggia un leggero odore di canfora e di Violetta di Parma, il suo profumo preferito.
Tutto avviene come in una scena al rallentatore: Titti a piccolissimi strascicati passi si avvicina all’auto, faticosamente riesce ad accomodarsi sul sedile e finalmente partiamo.
“ Và piano vè nàni… lo sai che io ho paura…”- e durante i primi dieci minuti del viaggio si tiene al sedile con entrambe le mani e guarda fisso davanti a sé la strada, che per fortuna lo spazzaneve ha reso praticabile.
La città dista una ventina di chilometri dal “Pianello” ma il nostro viaggio sembra interminabile ; ora zia Titti è più rilassata ed è completamente stregata dal paesaggio che ci scorre lentamente intorno e affascinata dal numero delle automobili che incontriamo.
“ Sai quante ne ho contate solo in questo pezzo di strada? Cinquanta! Chissà in tutto quante ce ne sono e tutti si possono spostare e vedere il mondo ! L’Adele non ha mica ragione quando dice che una volta era tutto meglio…non c’erano tutte queste comodità, anzi non c’era niente!“ - l’Adele era la sua vecchia amica, che aveva abitato fino a pochi anni prima nel casolare più vicino al Pianello e che, al contrario di Titti, aveva una mentalità rigida e chiusa a qualsiasi cambiamento.
“ Ecco zia, siamo alle porte della città…hai visto che belli gli alberi di Natale sui balconi e nei giardini?”
Lei non risponde, guarda fuori dal finestrino, piccola e fragile col suo cappellino, che le sta un po’ largo e sorride scuotendo il capo; chissà quali sono ora i suoi pensieri e chissà dov’è il suo cuore.
“ Ora prendiamo questa via che ci porta dritti in centro, dove ci sono i negozi più belli e le vetrine più decorate…ti va bene o vuoi vedere qualcosa in particolare Titti? “- rallento in attesa di una sua risposta.
“Vorrei andare in viale Pacini al numero uno…per favore…” – la sua voce si è fatta all’improvviso tremante per l’emozione.
“Viale Pacini? Ma zia, lì c’è solo il cimitero...sei sicura?”- domanda inutile perché sento che Titti non ha dubbi: sa esattamente cosa vuole fare ed ora anch’io comincio ad intuire il vero motivo di questo suo viaggio.
Lei non risponde e guardando sempre fisso davanti a sé allunga una mano sul mio ginocchio e delicatamente batte due volte e questo è il suo “si”.
Svolto verso il viale, che in questo pomeriggio freddo e bigio è deserto come se la frenesia e l’euforia della festa imminente non avessero toccato questo luogo.
Parcheggio vicino al cancello principale; Titti scende, mi prende sottobraccio e ci incamminiamo.
Ora è lei che guida i nostri passi perché, in realtà, io non so dove stiamo andando e la seguo in silenzio come presa dall’incanto di una magica atmosfera fatta di mistero e di curiosità .
Ora cammina più speditamente,come se una nuova energia le avesse rinvigorito le gambe stanche e non ha dubbi nemmeno quando ci troviamo in un intricato crocevia di vialetti fiancheggiati da piccole siepi di mirto profumato: Titti svolta a sinistra e poi a destra e poi ancora a sinistra senza mai mostrare segni d’incertezza, fino ad arrivare davanti a una lapide di pietra annerita.
“ Ecco nanì sono arrivata…” - apre la borsetta e prende il pacchettino di carta dorata, mi chiede di aiutarla ad aprirlo ed estrae una piccola rosa rossa di porcellana; piegando la schiena come da anni non le vedevo fare, Titti si china sulla tomba e posa la rosa davanti alla fotografia di un giovane uomo dall’aspetto fiero e dai folti baffi scuri.
DECAROLI ALFREDO DI ANNI 23 CADUTO VALOROSAMENTE IN BATTAGLIA PER DIFENDERE LA LIBERTA’. Leggo ed ora ricordo : Zia Titti qualche volta, quando le chiedevo perchè non si fosse mai sposata, mi aveva accennato di un amore perduto, che mai più avrebbe potuto provare per qualcun altro. Ed ora capivo : Alfredo era il suo grande amore di tutta una vita e da sempre zia Titti sapeva dov’era sepolto.
“Perché in tutti questi anni non mi hai mai chiesto di portarti qui zia? “
“Perché non era necessario. Lui era sempre dentro di me, nel mio cuore…ma adesso sono vecchia e quando morirò ho paura che il suo ricordo morirà con me…però questa rosa rimarrà sempre qui vero? “ – mi guarda con la stessa espressione che hanno i bambini quando vogliono credere alla fata buona delle favole.
“ Certo Titti, rimarrà sempre qui e io verrò ogni anno, la Vigilia di Natale ad assicurarmi che ci sia ancora…te lo prometto.”
Titti in questo momento ha lo sguardo triste ma è solo questione di un attimo; chiude la borsetta e si dà un’aggiustatina al cappello.
“ Brava…dai adesso andiamo che comincia a nevicare e fa tanto freddo…- si stringe al mio braccio e torniamo lentamente verso l’uscita.
Il cielo è bianco, gonfio di neve e qualche fiocco volteggia già nell’aria e si posa sulle tombe ai lati del sentiero, sulle foglie rosse di una miriade di Stelle di Natale , portate qui dal ricordo di qualcuno.
Ci voltiamo un attimo verso la tomba di Alfredo, spoglia e nuda, sulla quale ora spicca la macchia rossa di una piccola rosa sbocciata fuori stagione.
Tornando verso casa percorriamo la via principale, sfavillante di luci e di colori e brulicante di gente frettolosa e carica di pacchi e borse della spesa.
“ Ma dove vanno tutti così di corsa? Sai nàni…i negozi sono belli ma il Natale mi piace di più passarlo al Pianello, qui c’è troppa confusione e mi gira un po’ la testa…- è stanca zia Titti, il suo respiro è affannoso, si appoggia al sedile e chiude gli occhi.
Ed io guido tranquillamente, nonostante la nevicata si stia sempre più infittendo, e penso che questa strana Vigilia di Natale è stato un dono prezioso, una dolce lezione d’amore che zia Titti mi ha regalato; come se lei stesse leggendo nei miei pensieri, senza aprire gli occhi sussurra:
“Ti ringrazio tanto nàni…mi hai fatto un gran regalo , perché questo è stato il giorno più bello della mia vita…quest’anno passerò un Natale d’incanto.”


Sara Ferraglia

mercoledì 5 dicembre 2007

Il profumo della violetta nell'aria

Il profumo della violetta nell’aria

Quand’ero una ragazzina di quindici anni non mi piaceva il mio corpo secco e acerbo e nemmeno il mio modo di camminare, sempre un pò con le spalle curve, come per nascondere quel piccolo seno che stava spuntando, timido come me. Una volta la settimana, al pomeriggio, frequentavo il corso di pianoforte e, abitando fuori città, in quell’occasione andavo a pranzo a casa della zia Lina.
Eravamo ancora nell’ingresso che lei mi diceva, battendomi le spalle : - Stai dritta! Vuoi diventare una bella signorina o una brutta paperina?- che poi era proprio come mi sentivo io.
Mia zia Lina a settant’anni suonati aveva ancora uno splendido corpo e un portamento da “signora”, nonostante nella vita avesse fatto sempre lavori molto umili e avesse indossato, negli anni più duri, cappotti rivoltati e scarpe risuolate più volte.
“Me lo dici come fai a mantenerti così in forma?” – le chiedevo ogni volta che andavo a casa sua.
Lei si lisciava i fianchi con orgoglio, assumeva una posa plastica da diva del cinema muto e sorseggiando un goccio di Vov, denso e corposo, fatto in casa con le sue mani, rispondeva:
“ E’ la musica, è sempre stata la musica a farmi rimanere giovane e bella ” - si alzava, apriva un mobiletto al cui interno stava un vecchio giradischi e posava sul piatto un altrettanto vecchio vinile. Nella stanza si diffondevano la forza, la potenza e il maestoso romanticismo di un giovane Toscanini e la voce angelica di una splendida Renata Tebaldi
“ Mi chiamano Mimì ma il mio nome è Lucia…” - cantavano insieme la zia e la Tebaldi.
La zia abitava in Oltretorrente, la zona povera della vecchia Parma, storicamente contrapposta alla Parma borghese e ricca dall’altra parte del torrente. Qui, in questi crocevia di borghi stretti e colorati palpitava il cuore musicale della città e non era insolito passare davanti alla Corale Verdi e lasciarsi rapire la mente da un pianoforte solitario o dai solfeggi di un giovane tenore alle prime armi.
“ Vieni qui, affacciati alla finestra e guarda …” – ci appoggiavamo al davanzale coi gomiti a goderci tiepide giornate primaverili, quando ancora si sentiva nell’aria il profumo della violetta appena sbocciata nei prati del Parco Ducale, a pochi metri da noi.
“ Ecco, lì a destra, nella casa di fianco è nato Arturo. La mia amica Dirce, pover’anima, mi diceva sempre che lui non piangeva mica come un neonato normale, lui gorgheggiava! Sai, mi ha sempre fatto impressione abitare così vicino a questo luogo sacro!” - chiudeva gli occhi e volava lontano, sopra i tetti dell’Oltretorrente, dove io non riuscivo a seguirla.
Mi sporgevo a guardare il numero 13 di Borgo Tanzi e non capivo tutta quest’ammirazione per quella fetta di casa, così vecchia e con i muri scrostati.
“ Suo padre faceva il sarto e forse i soldi in tasca erano pochi ma l’anima cara mia! Sapessi che anima ricca che aveva Arturo, ricca e grande come tutto l’universo, come la musica che lui riusciva a far scaturire dall’orchestra…” - e di nuovo la zia si esaltava e rientrando nella stanza fresca ricominciava a cantare compiendo ampi gesti con le mani,ai quali spesso faceva seguito un urlo di rabbia :
“Ah! Maledet al dievel! Al sofrit…! “- perché nel frattempo, cantando e ballando, la zia aveva lasciato che il sugo per la pasta, il soffritto, divenisse un intruglio carbonizzato.
“ Vè che roba! … Fa niente, nàni, vorrà dire che mangeremo una bella pasta in bianco, con tanto burro fresco e tanto parmigiano, va bene?”-
Quasi sempre io mi impigliavo nelle tende di pizzo che svolazzavano al vento primaverile e, quando riuscivo a liberarmi, goffa e maldestra com’ero, correvo in cucina a tranquillizzare la zia.
Più tardi, verso le una, arrivava mia cugina, che studiava arpa al conservatorio.
Stefania, occhi azzurri, fianchi morbidi, vita stretta e un seno prosperoso, il tutto fasciato in un tubino nero che scendeva appena sotto il ginocchio, era il classico prototipo della bellezza femminile di quegli anni. Portava i capelli raccolti e cotonati sul capo, secondo la moda dell’epoca e una sottilissima riga di eye-liner evidenziava il suo sguardo da cerbiatta.
“ Ehilà, oggi abbiamo ospiti! “ – buttava una carpetta di spartiti sgualciti sulla poltrona e mi dava un bacio sonoro su una guancia lasciandovi un cuore di rossetto fucsia. – “Mamma cosa si mangia?” – e allungava il collo in cucina.
“Vissi d’arte, vissi d’amore …”- rispose cantando mia zia – “ per te non vanno mica bene queste parole! Tu vivresti di tortelli d’erbetta e cappelletti in brodo, altrochè !”-
Stefania mi passò vicino per andare in camera sua a cambiarsi d’abito e mi fece l’occhiolino.
“ Sarà anche vero che mangio molto ma tu mi trovi grassa? L’unica cosa grassa che ho sono i polpastrelli delle dita a forza di suonare l’arpa giorno e notte! – e piroettando sui tacchi a spillo, con la grazia di una ballerina del Falstaff spariva nella sua stanza.
I profumo del sugo per la pasta, quel giorno irrimediabilmente bruciato, il canto di mia zia e i dolci arpeggi di mia cugina si fondevano in quella stanza e mi avvolgevano in una meravigliosa armonia.
Musica e gusto, connubio così stretto in queste nostre terre, da allora rappresentano per me condizioni ideali e quasi indispensabili per godere in pieno della vita.
Pranzavamo in quella stretta cucina e mia zia raccontava di anni passati, di umiliazioni e sacrifici immensi e qualche volta, al ricordo, i suoi occhi si riempivano di lacrime sotto gli occhiali dalle spesse lenti, come se ancora stesse vivendo l’angoscia di quei tempi. Era questione di un attimo, un solo istante e poi il suo busto si raddrizzava, il suo sguardo tornava fiero e di nuovo sorrideva e si sistemava la “messinpiega” col modo lezioso di una ragazzina. Nel suo modo di vivere la povertà di quegli anni e poi in seguito, in tutta la sua vita, spiccavano in lei la sua dignità, il suo orgoglio, il suo voler apparire sempre “la signora Lina” agli occhi dei vicini e dei commercianti del quartiere; per questo, pur essendoci in Borgo Santo Spirito, a pochi passi da casa sua, un negozio d’alimentari, a fine mese, quando il borsellino era vuoto, lei saliva sulla sella della sua bicicletta ed attraversava la città, fino in fondo a via Bixio, dove nessuno la conosceva e dove aveva trovato un negozio che le faceva credito.
E raccontava del prestito ottenuto per comprare l’arpa per Stefania…
“… e allora, nanì, tu non puoi immaginare la mia felicità quando riuscimmo a portare a casa quell’arpa, uno strumento dell’ottocento, usato ma ancora in ottimo stato vè…” – la zia si alzò per riordinare la cucina e Stefania si guardò i calli sui polpastrelli.
“Anche le mie mani sembrano dell’ottocento, guarda! “– seguiva sua madre e, abbracciandola da dietro, le slacciava il grembiule per prendere il suo posto al lavello. Tutto questo accadeva molto tempo fa.
E in quel quartiere popolare dell’ Oltretorrente, in quella stanza dal profumo antico di onestà, di dignità e di nobiltà d’animo ora che sono diventata “una bella signorina” dalla schiena dritta, ascolto il suo respiro che si fa sempre più lieve. E’ il tempo del riposo e dell’ascolto.
Stefania mi ha detto che ormai da più di un mese non si alza dal letto. Ha voluto che venisse una parrucchiera ieri mattina per dare “una rinfrescata” alla messinpiega e per sistemare i pochi capelli che le sono rimasti; ha voluto lo smalto alle unghie e gli orecchini con l’acquamarina perché “Nanì, lo sai, mi viene a trovare tanta gente!” – dice quasi sussurrando. Sul comodino accanto al letto c’è un flaconcino di Violetta di Parma, il suo profumo preferito, che ha resistito nel tempo alle lusinghe della moda e il cui aroma delicato emana da tutta la sua biancheria. “Guarda come sono diventata ! Guarda che brutte gambe piene di lividi…coprimi bene, va là… “- con una lentezza esasperante ed una fatica immensa cerca di arrivare al lembo del lenzuolo.
“Dai zia, lo sai che hai ancora due bellissime gambe! Chissà quanti ammiratori avevi …e quando guarirai ce lo facciamo un ballo?” – l’aiuto a coprirsi cercando di non vedere il suo corpo devastato dal male.
“ Bella figlia dell’amore…schiavo son dei vezzi tuoi…con un detto sol tu puoi…” - la sua risposta è in questo canto ad occhi chiusi, con lunghe pause fra una frase e l’altra e con la voce che si fa sempre più soffio nel vento.
Stefania , seduta accanto alla madre, la guarda e sorride; lentamente si avvicina con la bocca al suo orecchio, le prende la mano scarna e continua quel canto struggente, quella frase che la zia non ha la forza di terminare:
“…le mie pene…le mie pene consolar…”
Un colpo di vento più forte degli altri fa gonfiare le tende di pizzo, spalanca la finestra, scivola sulle corde dell’arpa, che da mesi tace, le fa vibrare ed entra nella stanza della zia, accarezzandole dolcemente la fronte…
“…le mie pene…le mie pene consolar…”


( Sara Ferraglia )

mercoledì 21 novembre 2007

Il piccolo salice bianco

Il piccolo Salice Bianco

In primavera un piccolo salice bianco era nato sulle rive del torrente Parma. Durante l’estate già sfiorava con le sue tenere foglie lo specchio dell’acqua e si dondolava lentamente, cullato dal vento che scendeva nella valle. All’inizio i suoi migliori amici furono i sassi e l’acqua : i sassi erano tranquilli, calmi e affidabili ma, fra le creature del torrente, avevano la fama di essere noiosi e brontoloni; con l’acqua invece il piccolo salice si divertiva a cantare per ore e ore nelle afose giornate estive anche se tutti dicevano di lei che era capricciosa, frivola e superficiale.

“Son allegra felice e ridente
canto inni festosi alla vita
mi rilasso nel dolce far niente
scendo a valle con gioia infinita”

“ La senti quella sventatella ?– borbottavano i Sassi - un giorno ti accorgerai che nella vita non è tutto così allegro e divertente come dice lei.”
“ Smettetela – rispondeva l’acqua cristallina – voi siete sempre così seri e pessimisti ! Il mondo è
gioia, luce e fantasia ; lasciate che il piccolo salice passi le sue giornate giocando spensierato insieme a me! “.
Per molto tempo infatti la sua vita trascorse in modo tranquillo, fra le storie tristi e cupe dei sassi e i canti divertenti dell’acqua ma i giorni passarono in fretta e al piccolo salice non bastò più la compagnia dei suoi vecchi amici; il suo fusto era cresciuto e si era irrobustito, le sue fronde si erano fatte folte e pensò di essere ormai in grado di conoscere nuovi amici, che fino a quel momento aveva temuto, perché erano molto volubili e facilmente irritabili e, quando si arrabbiavano, potevano essere anche molto violenti e pericolosi : il vento, la pioggia e le nuvole. Le creature del torrente dicevano di loro che, viaggiando continuamente in lungo e in largo, erano a conoscenza di tutto quello che accadeva sulla terra. Il piccolo salice era curioso di sapere chi avesse ragione: il mondo era pieno di dolore e cattiveria, come sostenevano i sassi, oppure tutto era gioia e spensieratezza come diceva l’acqua?
Un giorno, nella valle del Parma scese il vento di scirocco caldo e umido, scuotendo le foglie degli alberi e sollevando la sabbia nel greto.
“ Ehi, amico vento fermati un attimo” – gridò il piccolo salice – dimmi da dove vieni e cos’hai visto nel tuo viaggio…ti prego, sono così confuso!”
Il vento si fermò, si asciugò il sudore e rispose:

Ti racconto di un uomo africano
per sfuggire alla fame e alla guerra
ha deciso di andare lontano
e ha lasciato la sua calda terra.”

E così com’era arrivato, ripartì e si allontanò per chissà dove, lasciando il piccolo salice stupito e
senza parole.
“Cosa ti avevo detto ingenuo alberello ? – parlò con la sua grossa voce un sasso molto vecchio che gli stava accanto fin da quando era nato – al mondo c’è tanta miseria e tanta sofferenza!”.
“Non ti credo sasso brontolone – rispose il piccolo salice – quello che ha detto il vento riguardava solo un uomo fra i milioni di uomini che vivono sulla terra e forse tutti gli altri sono felici!”
In quel momento un’ombra scura passò su di loro e quello che disse non fece che confermare le parole del vecchio sasso:

“Ti racconto di barche affollate
e di volti dal sole riarsi
e di mani alla vita aggrappate
e di sogni per il mondo sparsi.”

Era un’immensa nuvola carica di pioggia che , spinta dal vento , scendeva verso valle lasciando cadere grossi goccioloni sulle foglie del salice.
“Ciao amica pioggia e tu cos’hai visto nei tuoi viaggi? Cosa mi racconti ?

“Ti racconto di popoli in fuga
di bandiere di armi e di guerra
e dell’odio che l’anima asciuga
ombra nera che sporca la terra”

gli rispose la pioggia tristemente e, accarezzando le sue foglie come per consolarlo, proseguì il suo cammino.
In quel momento l’acqua gorgheggiò: “Ehilà, piccolo amico, cos’è quell’espressione cupa? Senti…ho inventato una nuova canzoncina…senti che ritmo…batti le foglie con me!”


“ Ti racconto di un porto accogliente,
grandi cuori che sanno donare
mani tese e carezze alla gente
per il mondo costretta a migrare”

Il piccolo salice intuì che c’era qualcosa di vero sia nelle parole dei sassi che in quelle dell’acqua ma quello che aveva ascoltato dai suoi amici vecchi e nuovi non gli bastò: era più confuso di prima.

“Sono come un bambino smarrito:
questa vita è gioia o dolore?
Sento dentro un dubbio infinito
che imprigiona il mio piccolo cuore”

Così piangeva il piccolo salice quando, passato il veloce temporale estivo, nel cielo terso tornò a splendere il sole:
“ Mio tenero alberello – gli disse il re del cielo – ti ricordo che tu non sei un salice “piangente”, perciò animo, solleva le tue fronde e torna a sorridere ! La vita non è solo dolore o solo gioia ma esistono entrambi ed è sempre un dono rarissimo e prezioso, anche nei momenti più difficili ; se ti renderai conto di questo …

"Avrai giorno per giorno occhi curiosi
Avrai un cuore che saprà ascoltare
Avrai pensieri chiari e luminosi
E braccia sempre pronte ad abbracciare”

Venne il tramonto di una giornata davvero speciale : per il piccolo salice era stato un po’ come nascere a nuova vita.
Con un gesto pieno d’affetto il sole avvolse l’alberello nei suoi ultimi tiepidi raggi e , riscaldandolo, gli fece tornare il sorriso. La calma e il silenzio calarono sulla valle del Parma quando dietro il colle spuntò la Luna che, sottovoce , intonò per il piccolo salice e per tutte le creature del torrente una dolce e rassicurante ninna nanna:

“Filastrocca del tranquillo sonno
del silenzio e del cielo stellato
delle favole lette dal nonno
della corsa in un verde prato.”
(Sara Ferraglia - Menzione speciale Premio Violetta di Soragna - 2006)
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I colori prigionieri


I Colori prigionieri

C’era una volta una bambina che un giorno si stancò di disegnare con le matite di legno colorate e preferì dei grossi pennarelli di plastica. Fece un fascio di tutte le matite, le legò con un elastico e le ripose nel fondo di un cassetto; sulle prime le poverine furono incredule:
“Non temete, sarà solo per pochi giorni” – così il Rosso, potente e focoso capo, cercava di incoraggiare tutte le altre ma il tempo passava e quel cassetto non si apriva mai diventando, giorno dopo giorno, una prigione stretta e buia.
“Ah…poveri noi! Siamo stati abbandonati qui dentro e io finirò per diventare Verde Marcio in questo posto!” – il Verde piangeva disperatamente e le sue lacrime, cadendo goccia a goccia sul legno, lasciavano larghe chiazze color dell’erba in primavera.
“ Smettila! Proprio tu…Verde Speranza ti chiamano! E invece guarda lì come sei ridotto…piagnucoloso che non sei altro! Smettila e cerchiamo tutti insieme una soluzione per uscire di qui…- strillò il Giallo con la sua vocina acuta e i suoi modi stizzosi.
“Certo, ha ragione…dobbiamo sempre sperare! C’è sempre qualcosa di buono in ogni situazione e se ci è accaduto tutto questo un motivo valido ci sarà non credete? “ – il languido Rosa, delicato ed aggraziato come sempre, stava dando a tutti gli altri la sua solita lezione di ottimismo, sbattendo le ciglia e sorridendo a destra e a manca. Nella discussione intervennero anche le altre matite, anche quelle che di solito tacevano, quelle più timide, come l’Azzurro e il Grigio e così si creò una gran confusione, perché ognuno diceva la sua.
“Forse non erano belli e luminosi il sole e le stelle che io le regalavo?” – e una lacrima luccicante come l’oro spuntò dagli occhi del Giallo.
“Forse eri troppo acido quando coloravi limoni a più non posso! – rise fragorosamente il Marrone – avrei dovuto insistere di più io, che ero così dolce quando le riempivo le tazze di cioccolata calda e fumante!
“ La colpa non è nostra! Noi le abbiamo dato tutto quello che lei desiderava…- il Blu e il Viola si stavano perdendo nei ricordi - cielo, mare, tramonti , arcobaleni, fiori e frutti…”
Furono zittiti bruscamente dalla voce tuonante del Nero:
“ E basta…! E’ ora di finirla, sdolcinate e stucchevoli creature che non siete altro – urlò il Nero, l’unico che si trovava a suo agio anche in quel luogo oscuro e senza luce – siamo stati abbandonati. Ha ragione il Verde…invecchieremo qui dentro, sommersi dalla polvere e dai ricordi.”
Passarono i giorni, le stagioni e gli anni e la bambina cresceva. Si avverò anche la cupa profezia del Nero, quando videro accumularsi nel cassetto, sopra i loro corpi colorati e sottili, mille oggetti un tempo amati e poi abbandonati; pupazzetti dai nomi strani, un diario segreto, un poster gigante di un personaggio famoso, lettere e fotografie di un ragazzino biondo dal volto pieno di brufoli che abbracciava una ragazza dal sorriso abbagliante, la bambina di un tempo.
Quando ormai le matite avevano perso ogni speranza di rivedere la luce, accadde un fatto nuovo: all’improvviso il cassetto si aprì, ad uno ad uno i mille oggetti che vi giacevano accatastati furono rimossi e due mani delicate e segnate da qualche ruga arrivarono al mazzetto di matite colorate e le avvolsero in un caldo abbraccio che loro, poverine, avevano ormai dimenticato.
“Guarda un pò…delle matite colorate! Da quanto tempo siete qui? Lei era così piccola …”- era la mamma della bambina quella signora dai capelli grigi che ora, mentre liberava le matite dall’elastico che per anni le aveva costrette l’una addosso all’altra, liberava anche tutti i suoi ricordi. I colori, finalmente riportati alla luce del sole e all’aria aperta, inspirarono ed espirarono così forte che sfuggirono dalle mani della signora e ricaddero sul pavimento spargendosi a raggiera tutt’intorno. La signora fece un balzo all’indietro per lo spavento:
“ Ma che diavolo…sembrate quasi vive!” – poi si avvicinò, si chinò e le raccolse ad una ad una allineandole sul tavolo.
Il Rosso, al quale piaceva mettersi sempre in mostra, con uno sforzo immenso fece in modo di rotolare sul tavolo, fino ad uscire dalla fila e a distaccarsi dal gruppo. E fu così che la signora lo notò, lo prese fra le dita, si fermò un attimo ad osservarlo, sorrise, come persa in qualche tempo lontano, poi prese un foglio bianco e scrisse:

Rosso.
E tu rispondi rosso peperone
Io penso al rosso di quel grande cuore
Che hai disegnato piena d’emozione
Su quel tuo diario per il primo amore.

La signora passò in rassegna con lo sguardo tutta la fila delle matite; posò il Rosso e in quel mentre notò che il Giallo si agitava in una specie di convulsa e scoordinata danza tribale che lo portò direttamente nella sua mano.

Giallo.
E tu rispondi giallo canarino
Io penso al giallo del cotone leggero
Che hai scelto per quel corto vestitino
Che volevi mostrare al mondo intero.

Stupita la signora rilesse quello che aveva scritto e che era uscito dal suo cuore così di getto, come se qualcuno glielo avesse dettato. Le piacque tanto che si sentì incoraggiata a continuare e questa volta lo fece col Verde, che se ne stava lì tranquillo, primo della fila, a sperare di essere preso in considerazione; d’altronde…lo chiamavano o no “Verde Speranza”?

Verde.
E tu rispondi verde come l’erba
Io penso al verde di quel primo ombretto
Che ti sfumavi piano sulla faccia acerba
Cercando nello specchio un tuo difetto.

Fu allora che amore, tenerezza e un briciolo di tristezza per un passato che mai più sarebbe tornato, si fusero insieme, dando origine, nella mente della signora, ad un sentimento dal tono più cupo e fu con quello stato d’animo che scelse il Viola:


Viola.
E tu rispondi violette appena nate
Io penso al viola del casco e al motorino
Che han visto le tue corse scatenate
Già così allegra fin dal primo mattino.

Tutte le matite colorate intanto si agitavano, si guardavano l’un l’altra sorridendo, tutte felici di essere di nuovo tornate utili a qualcuno.
Solo una, in mezzo all’euforia generale, se ne stava tristemente in disparte, consapevole di passare sempre troppo inosservata e di non essere mai stata amata come le altre, il Bianco.
Era ormai sera. In strada si accesero i lampioni e fu così, guardando fuori dalla finestra che la signora si accorse che stavano cadendo fiocchi di neve grandi come una mano, che avevano già imbiancato tutto il prato. E forse fu per questo che, solo col pensiero, senza scriverla, al Bianco dedicò la strofa più bella:

Bianco.
E tu rispondi il bianco della sposa
Io penso al bianco della luce vera
Che tu hai portato sempre in ogni cosa
Ne faccio un quadro e per me vien sera.

Alla fine la signora rilesse quello che aveva scritto, piegò delicatamente il foglio, raccolse tutte le matite colorate e su quel foglio le posò con dolcezza, come se fosse per loro un morbido giaciglio che le avrebbe accolte per sempre.
Poi mise tutto in una bella scatola di velluto rosso e sul coperchio pose un’etichetta dorata sulla quale scrisse:
“ I colori di mia figlia".


(Sara Ferraglia -Fiaba 1^ classificata al Concorso "Una Fiaba Azzurro Ceno"- Varano Melegari - giugno 2005)
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mercoledì 14 novembre 2007

La leggenda della rosa segnatempo

In quell’epoca, attorno agli anni cinquanta, in paese si conoscevano tutti ed in particolare lui, Pietro, godeva di una certa notorietà, perché era l’unico calzolaio nel raggio di molti chilometri. Fu così che in una gelida alba di fine gennaio, Gino il timido, passando sul ciglio della strada, mentre portava il latte al caseificio, non ebbe alcun dubbio quando vide quel corpo riverso nel fossato:
“Che mi venga un colpo…ma quello è Pietro!…” lasciò cadere i secchi di botto e un tiepido fiume bianco prese a scorrere lungo la discesa, sciogliendo il sottile strato di ghiaccio che si era formato nella notte; Gino si chinò e con tutte le sue forze cercò di sollevare il povero Pietro.
“Forse è ubriaco…eppure no, lui non beveva …forse si è sentito male per il freddo…forse è morto…” e fu quest’ultimo pensiero che gli gelò il sangue nelle vene, ancor prima di notare la ferita fra i capelli neri dell’uomo, uno squarcio profondo, coperto di sangue rappreso e fango ghiacciato. Gino si alzò in piedi terrorizzato; quando riuscì a staccare gli occhi da quelli sbarrati di Pietro, si guardò intorno: il silenzio profondo fu interrotto soltanto dal canto di un gallo lontano, al quale rispose l’ululato del cane della canonica. Il prete…sì ecco, doveva correre ad avvisare il prete; la luce era già accesa nella grande cucina a piano terra, dove la perpetua stava accendendo il fuoco nel camino. Gino bussò contro i vetri e la donna spaventata, anziché avvicinarsi alla finestra, scappò urlando su per le scale:
“Don Sergio…Don Sergio! Correte, c’è uno con la faccia da matto che bussa alla finestra…o Santa Madre…venite giù subito!” Dopo pochi minuti il pesante catenaccio del portone si aprì e comparve il prete con l’abito talare ancora mezzo sbottonato.
“ Don Sergio…una disgrazia…- Gino tremava come una foglia e respirava a fatica – c’è un uomo, Pietro il calzolaio, morto stecchito nel fosso.”
Il prete si segnò : “Portami da lui. Lo sapevo che finiva male…lo sapevo! I Comandamenti ci sono per essere rispettati… Hai avvisato qualcuno?”
Gino senza capire il senso di quelle parole fece strada al prete e rispose che aveva pensato solo a cercare aiuto e che ancora non lo sapeva nessuno.
“ Ecco…bravo…tu adesso corri a chiamare il Dottor Monti e non parlarne con nessun altro per ora…poi ti dirò io cosa fare…- quando furono in vista del fossato e del cadavere il vecchio prete vacillò per un attimo ma subito si riprese – cosa aspetti? Vai dal Dottore e digli di correre qui, poi torna a casa e prega, prega tutto il giorno per l’anima di Pietro, capito? Vai…” e con un gesto autoritario spinse via Gino.
Il prete rimase solo, in piedi , impotente coma mai prima d’ora di fronte a quella morte annunciata.
Il cielo si faceva sempre più chiaro e ora numerosi galli salutavano l’alba in tutta la vallata; il cuore di Don Sergio sembrava scoppiargli nel petto.
Lo sapeva…lui lo sapeva, perché Pietro glielo aveva confessato una sera di qualche mese prima, non in chiesa, né inginocchiato nel confessionale ma nella sua bottega , quando era andato a ritirare due vecchie scarpe risuolate.
“Quanto ti devo Pietro?- Pietro aveva posato gli attrezzi in modo quasi solenne, aveva preso la scatola del tabacco e lentamente si era arrotolato una sigaretta.
“ Don Sergio…non mi dovete niente. Però una cosa ve la chiedo e cercate di rispondermi da uomo e non da prete : secondo voi il primo comandamento, il più importante di tutti non dovrebbe mica essere AMATE…? Amate e basta...Tutti gli altri vengono dopo…”
“ Pietro tu stai bestemmiando….ti rendi conto di quello che hai detto?” il prete ricordò di aver preso una sedia e di essersi seduto davanti al calzolaio , che lo guardava dritto negli occhi, come per sfidare lui e tutto quello che rappresentava:
“ Secondo me, che non ho neanche studiato, ma le cose mi vengono dal cuore, in cima alla lista Quello Lassù doveva scrivere PRIMO COMANDAMENTO: AMATE e basta….”- ribadì Pietro, che aveva parlato con rabbia, con gli occhi lucidi di febbre o di qualcosa simile alla follia..
“ Ma state tranquillo padre…il peccatore non è matto abbastanza… a Pietro, il peccatore, gli hanno insegnato che ci sono dei doveri e Pietro sa rinunciare, forse perché gli hanno sempre detto che dev’essere un buon cristiano…”
Pietro si era alzato di scatto, facendo cadere rumorosamente lo sgabello e aveva dato le spalle al prete : “Prendetela come uno sfogo o, se preferite, come una confessione…ma non assolvetemi perché non ho peccato.”
Quando si era girato di nuovo verso di lui, Don Sergio vide che tutta la rabbia di prima era sparita dai suoi occhi , lasciando il posto a una tristezza immensa e ad un’altrettanto pesante rassegnazione.
“Scusate padre, ora devo chiudere. Mia moglie è a letto malata da due settimane e se non ci penso io a darle le medicine e farla mangiare un po’, da sola certo non si aiuta…e nemmeno Dio ci sta aiutando…”
“ Pietro…i comandamenti vanno rispettati, tutti quanti…tutti, capisci? Li ha voluti quel Dio che adesso tu stai offendendo e che non se lo merita, perché ti ama, perché lui stesso è amore…”.
Don Sergio si era portato sulla soglia e Pietro nella penombra gli aveva sussurrato:
“ Padre, non ci verrò più in chiesa.” – e aveva chiuso la porta alle sue spalle, senza lasciargli il tempo di rispondere.
Don Sergio s’inginocchiò accanto al corpo gelato e solo ora capì che le parole di quella sera nella bottega erano state una richiesta d’aiuto, che lui non aveva saputo cogliere, tutto preso com’era dal suo ruolo di pastore della anime, di correttore degli errori umani, lui, che quella volta aveva commesso l’errore più grave, quello di non ascoltare chi , pur bestemmiando, invocava aiuto.
Guardò il volto pallido e coperto di brina del calzolaio e si domandò che specie d’amore poteva essere quello che distrugge un uomo; un amore che uccide non poteva essere amore e allora forse lui non aveva sbagliato del tutto quando aveva rimproverato Pietro : altro che primo comandamento! Non sono mica tutti uguali gli amori…ci sono gli amori umani deboli e fragili e poi c’è l’amore divino, assoluto e perfetto.
Nella mente del vecchio prete si affollavano mille dubbi e a molti si accorse di non saper rispondere; non ne era capace e non voleva nemmeno provarci. Lui, vecchio prete di campagna, che era vissuto ligio ai Comandamenti e aveva predicato sempre affinché fossero da tutti osservati, senza porsi troppe inutili domande ora, sul cadavere di quell’uomo si stava chiedendo dove aveva sbagliato. Istintivamente afferrò la mano irrigidita di Pietro, come per strappare una risposta da chi non poteva più dargliela e fu in quel momento che vide la rosa segnatempo nel pugno chiuso del morto.
“O Signore…e questa…? – provò a forzare quella morsa di ghiaccio ma senza nessun risultato. Si limitò allora ad osservarla più da vicino: i primi raggi del sole, che spuntava dietro la collina, facevano brillare i petali sfumati di rosa di quel piccolo fiore, un barometro, uno di quegli oggetti che diventavano rosa o azzurri a seconda del tempo .E all’improvviso gli fu tutto chiaro, come se tutta la conoscenza del mondo scorresse lì, davanti a lui, sotto lo strato di ghiaccio di quel fossato.
Bianca, la giovane moglie del Dottore, quell’autunno aveva mandato in canonica la serva, pregandolo di recarsi a Villa Monti, perché aveva bisogno di un grosso favore.
Don Sergio salì la collina in un tiepido pomeriggio in cui i boschi cominciavano a tingersi e a dare spettacolo coi loro colori accesi; era la sua stagione preferita e aveva colto di buon grado l’invito della signora Bianca, approfittandone per rilassare la mente e il corpo in mezzo alla tranquilla natura autunnale.
“ Salve regina, mater misericordiae…” – cantava il prete, con l’affanno nella voce,dimenticando qui e là qualche parola – illos tuos misericordes oculos ad nos converte…”
“Buongiorno padre, la signora la sta aspettando in salotto” – la serva ossequiosamente gli fece strada.
Bianca, pallidissima e con gli occhi arrossati di chi aveva pianto a lungo, gli rivolse un sorriso forzato e lo ringraziò per essere arrivato fin lassù:
“Don Sergio, mi scuso tanto per non essere venuta personalmente giù in paese, ma sono reduce da un’influenza che mi sta ancora creando qualche fastidio…” - mentiva e nemmeno tanto bene, perché sembrava stesse sempre sul punto di scoppiare in lacrime; il problema era un altro di sicuro, pensò il prete distrattamente.
“Ecco…senta, io volevo chiederle un favore: avrei bisogno…- e si fermò un istante, come per prendere fiato o forse coraggio, chissà- avrei tanto bisogno che lei venisse qui appena possibile, nella cappella di famiglia, a dire una Messa.”
“ Signora Bianca, è forse l’anniversario della morte di qualcuno? Non mi sembra di ricordare…”
“No. Nessuna ricorrenza. Ne ho bisogno io.” – a quel punto una di quelle lacrime così a stento trattenute scivolò lungo la guancia di Bianca e lei non fece più nulla per fermarla.
Anche in quell’occasione al vecchio prete mancò il coraggio di compiere fino in fondo la sua missione, aprendo il suo cuore a chi vi cercava conforto; al contrario si irrigidì e pensò che era meglio non fare domande e non entrare in fatti privati, fatti di famiglia che lui, sacerdote, non poteva certo comprendere : in fondo gli faceva comodo così, perciò rispose con cortesia che avrebbe cercato sul calendario la prima data utile e gliel’avrebbe comunicata al più presto.
La signora Bianca lo pregò di seguirla nello studio adiacente, in quanto preferiva pagare anticipatamente il suo disturbo; si avvicinò ad uno scrittoio sul quale, in bella vista stava una rosa segnatempo, piccola, di forma delicata, così scintillante che sembrava brillare di luce propria.
Fuori c’era il sole e l’aria era tiepida, eppure il colore del fiore tendeva al rosa, segnale di cattivo tempo e di aria umida; il prete notò questa stranezza, poi ringraziò la signora per la generosa offerta e si accomiatò da Villa Monti. Mentre scendeva verso il paese si accorse che il suo cuore non aveva più la leggerezza di prima e il suo canto divenne una sommessa preghiera:
“Ad te suspiramus gementes et flentes in hac lacrymarum valle…” gli faceva da sottofondo il rumore delle foglie secche sotto ai piedi.
Un rumore diverso, quello di un’auto che si avvicinava, riportò Don Sergio al bordo del fosso. Forse stava arrivando il Dottor Monti e il prete con tutta la forza che aveva strappò quella rosa dalla mano del morto e se la mise in tasca: ora erano anche un pò fatti suoi e della sua coscienza. L’auto, un’elegante Fiat 600 blu, si fermò sul lato della strada e ne scese un austero Dottor Monti, insieme a Gino che, rispettosamente, si tenne in disparte :
“Che succede? Un ubriacone che ci ha lasciato le penne?” – non si abbassò nemmeno a guardare il cadavere , estrasse dalla tasca del cappotto un modulo e ad alta voce stilò il suo referto di morte: infarto acuto del miocardio in soggetto alcol-dipendente.
“Dottore, guardi che di Pietro tutto si può dire tranne che beveva !”- Don Sergio avanzò una timida difesa, peraltro vanificata da quel “tutto si può dire”- e poi dottore, mi scusi , ha visto quella ferita in testa?”
“Quale ferita? – il medico solo allora si chinò e per un attimo il prete vide sul suo volto una smorfia di disprezzo e quasi di soddisfazione – di sicuro ha battuto la testa cadendo su qualche sasso… Padre, lei pensi all’anima del morto che al suo corpo ci penso io. Anzi, per favore vada avanti lei ad avvisare la vedova ; noi carichiamo la salma in macchina e vi raggiungiamo…Gino, mi aiuti!” fu nello stesso tempo un ordine e una brusca esortazione a chiudere la faccenda.
A casa di Pietro Don Sergio trovò la porta aperta, senza alcun catenaccio; aprì e chiamò la vedova. Al piano terra , dalla bottega alla sua destra arrivava un aspro odore di cuoio, mentre dalla cucina, sulla sinistra, nessun aroma di caffè, solo buio e freddo, anche se ormai era mattino. Salì faticosamente la ripida rampa di scale che portava al piano superiore e quando chiamò più forte la vedova, dalla camera chiusa sentì:
“ Pietro, sei tu? Bell’orario per rientrare …che il diavolo ti possa prendere …”
“ Signora Lucia, sono Don Sergio – rispose il prete con la mano sulla maniglia della porta – posso entrare?”
La stanza era in penombra e sapeva di chiuso e di medicinali:
“Ho brutte notizie, Lucia: io non so se se l’è preso il diavolo e non so nemmeno dove sia ora la sua anima…so dov’è il suo corpo, perché l’hanno trovato nel fosso circa un’ora fa…mi dispiace. “
Lucia non versò una sola lacrima, non ebbe un solo gesto di sconforto o di disperazione:
“ Qualche volta tornava a casa all’alba.” – disse, poi scivolò lentamente sotto le coperte e il prete in silenzio uscì; scendendo le scale per un attimo gli parve di sentire un lamento soffocato ma forse era solo il vento.
La rosa nella sua tasca era piccola eppure pesava sulla sua coscienza come un masso; voleva liberarsene, riportarla alla signora Bianca ma questo avrebbe significato davvero aprirle le porte del suo cuore, chiederle di parlare con lui, di sfogarsi, avrebbe dovuto cercare di comprenderla, di averne compassione, nel senso più intimo del termine e condividerne il dolore; meglio mettere l’oggetto in un pacchettino e mandare la perpetua a Villa Monti a restituirlo; se poi la signora Bianca avesse sentito il bisogno di andare in chiesa a confessarsi, allora sì che l’avrebbe trovato al suo posto, disponibile come sempre a cercare di correggere gli errori umani e ad impartire le sue prediche. E così fu che la piccola rosa segnatempo tornò sullo scrittoio e lì rimase per un po’, fino a quando Villa Monti fu chiusa e la famiglia del dottore si trasferì in città. La loro partenza non bastò a far cessare le chiacchiere di paese e per tutta la primavera e tutta l’estate ognuno disse la sua:
“ Ma va là! Hanno detto che gli è venuto un colpo al povero Pietro! Ma se era sano come un pesce…e il dottore lo sapeva bene!”
“ Magari beveva ogni tanto. Soddisfazioni ne aveva poche nella vita…la moglie malata, la gente che non pagava…chissà, forse ogni tanto si faceva un goccetto per star un pò allegro…”
“ La soddisfazione la prendeva a Villa Monti, dai…lo sanno tutti! E lo sapeva anche il dottore…che quella mattina lì faceva finta di niente…!”
A volte le supposizioni intorno al tavolo dell’osteria, o nella bottega del droghiere, diventavano sentenze o certezze:
“ Qualcuno ha visto il dottore in giro quella notte e ha detto che sembrava matto…piangeva e gridava Maledetto…maledetto…io ti ammazzo!”
Con l’arrivo della stagione autunnale anche le voci persero d’intensità e quasi si dileguarono nelle piogge sempre più fredde e nelle prime nevicate, fino al giorno dei morti, quando tutto il paese , entrando nel cimitero, vide spiccare sulla tomba di Pietro una piccola rosa segnatempo così brillante che sembrava sprigionare luce propria ; nessuno si accorse del sorriso di Don Sergio, che spesso, durante la funzione, si girò a guardarla. In seguito, per molti anni a venire, nella giornata dei defunti e solo in quella, il piccolo fiore luccicante comparve misteriosamente, a volte azzurro se il tempo era buono, a volte rosa se era cattivo ; per molti anni a venire, le voci di paese in quella ricorrenza si rianimavano di nuova energia, assumendo via via toni sempre più fiabeschi e avvolti di magia. Nel frattempo il vecchio Don Sergio passò a miglior vita insieme a molte delle anime alle quali per anni aveva insegnato a rispettare i comandamenti; Villa Monti fu venduta e nessuno vide mai più né il dottore né la signora Bianca; Lucia, la vedova, piano piano guarì e si trasferì in un paese a pochi chilometri, presso la sorella e lì si risposò; Gino il timido, ubbidiente alla raccomandazione di Don Sergio e ad un suo personalissimo comandamento privato, non parlò mai con nessuno di quella vicenda, neanche quando gli veniva offerto un bicchier di vino in cambio.
Molte stagioni trascorsero da quell’alba gelida di fine gennaio, molte persone lasciarono il paese, molte nacquero e vissero sempre lì, tramandando di padre in figlio la leggenda della rosa segnatempo, finchè in un’altra epoca, intorno agli anni settanta, accadde che la rosa sulla tomba non comparve più nel giorno dei morti e la gente del paese parlò d’altro.

( Sara Ferraglia, racconto finalista al Premio Fiurlini- L'Aja 2006 )
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