martedì 30 marzo 2010

La bugia più grossa


C'era una volta un lontano paese,

il più sperduto di tutto il pianeta

che organizzava alla fine del mese

una tenzone alquanto inconsueta.


Ed arrivavano da tutto il mondo

sulle ali aperte della fantasia

per poi combattere fino in fondo

a chi diceva più grossa bugia.


"Sono Mohamed e sono africano

Fin qui arrivato su lussuosa nave

Laggiù la fame è un ricordo lontano

È l'abbondanza il problema più grave."


Ed applaudiva quella folla immensa

Baci ed abbracci e grida della gente

E la tensione si faceva densa

all'apparir di un altro concorrente


"Io son Saeb e son palestinese

Vi porto i frutti di un'antica terra

Ormai regna la pace al mio paese

Nessu bambino sa cos'è la guerra."


E si guardavan tutti con stupore

per l'alta qualità degli sfidanti

Sceglierne uno e farlo vincitore

Compito ingrato per i giudicanti.


All'improvviso in mezzo a quel frastuono

vestita solo con una bandiera

accompagnata da un tribale suono

venne una donna dalla voce fiera.


"Io non ho nome né cittadinanza

mi chiaman pace o democrazia

mi chiamano giustizia oppur speranza

ma chi mi uccide è spesso la bugia.”


Cadde il silenzio nell'antica piazza

Svanì il sorriso da quei mille occhi

appartenenti a gente di ogni razza

e furon molti a sentirsi sciocchi.


C'era una volta un paese lontano

E c'era il festival della bugia

Non mi credete? Vi sembra strano?

C'era davvero. Parola mia.


Menzione speciale al premio

Ruba un raggio di sole per l'inverno – 2005

Città di Castello ( PG)

venerdì 19 marzo 2010

Pubblicazione

Da oggi è on-line , su ARTEMISIA il mio racconto "Lo scatto di un gatto".


giovedì 26 novembre 2009

Inferno o Paradiso ?


Inferno o paradiso?

“Prego…avanti un altro…”- ed ora tocca all’Albina, che è la prima di una lunga fila.

Avanza di due passi e varca la soglia.

Il ragazzo che ha parlato è bello e sorride proprio come quel ballerino che c’è sempre in televisione dalla De Filippi.

“ Prego, s’accomodi “- indica una poltroncina di pelle rosso fuoco.

“ Allora …signora…”

“ Pasoni Albina detta Bina “- risponde lei, sistemandosi come sull’attenti pur stando seduta: busto eretto, ginocchia unite e mani sudate, che tormentano una borsetta di finta pelle spelacchiata.

“ Signora Albina immagino che lei, come tutti gli altri, sia qui per entrare a far parte del nostro staff”- sorride ancora.

“ Mi scusi, staff, cosa vuol dire? E’ una parola a metà? ”

Il ragazzo batte le mani sulla scrivania ed esplode in un’improvvisa risata, eccessiva e sguaiata.

“ Staff, collaboratori, in questo caso intendo anche comunità o gruppo”.

“ Ah ben…se intende questo, allora sì, io sono venuta qui con quell’intenzione” e annuisce vistosamente.

“Bene, ho letto il suo curriculum vitae e devo ammettere che è il più strano che mi sia mai capitato ma forse si tratta solo di chiarire alcune cose, ora che siamo a tu per tu” - si sporge leggermente verso di lei.

Lei, come ipnotizzata gli si avvicina e sussurra:

“ Il curriculo…quello che ha detto prima, non l’ho mica fatto tutto da sola! Mi ha aiutato Don Mario a metter giù tutte quelle risposte! Lo conosce Don Mario?”- sul suo volto si dipinge un sorriso di speranza.

Il ragazzo fa una smorfia di raccapriccio e lei pensa : “Perché fa quella faccia? Non gli ho mica nominato Tognòn, che puzza sempre come un letamaio; io però ogni tanto lo faccio venire in casa, lavo tutti i suoi stracci, gli faccio fare il bagno e gli preparo un bel pranzetto, poverino! “ – la donna ha lo sguardo perso nel vuoto, a rincorrere i suoi pensieri...

Lui batte un colpo sulla scrivania e si schiarisce la voce: “Andiamo avanti: lei scrive che è nata in campagna da genitori contadini, bravissime persone, caritatevoli e generose, i quali hanno fatto tanti sacrifici per mandarla a scuola dove lei ha imparato soltanto a leggere e a scrivere, perché poi è scoppiata la guerra, quindi il suo grado d’istruzione è …”

“ Prima elementare, poi hanno bombardato la scuola”.

“ La prego, non m’interrompa, lasci parlare me, dobbiamo chiarire molte cose e, come vede, fuori la fila è lunga” – la rimprovera il ragazzo mentre i suoi occhi hanno un barlume d’improvvisa cattiveria.

“Dicevamo che lei subito dopo la guerra, ha fatto diversi mestieri, apprendista sarta, donna di servizio presso un’agiata famiglia del posto e tutte le sue referenze sono davvero ottime; lei è sempre stata una donnina rispettosa, umile, onesta, per cui non riesco proprio a capire”.

“ Referenze? Quella cosa che vuol dire che tutti hanno parlato bene di me? “

Lui sospira…la compatisce.

“ Passiamo al suo stato civile: lei è nubile, come mai?”

Lo guarda terrorizzata:

“ Io nobile? Nooo…si sbaglia davvero! Io sono povera, sono una degli ultimi, di quelli che poi saranno i primi nel regno di là, capisce? ” - la prende un tremore incontrollabile per l’improvvisa paura che Don Mario abbia sbagliato a rispondere a qualche domanda.

“ Nubile, non nobile. Significa che non si è mai sposata !” - e adesso il signorino sta urlando come se parlasse con una sorda e lei vorrebbe diventare piccola come una cimice su quella poltrona rossa e scivolare via, lontano da quel luogo.

“ Perché non si è mai sposata, Albina?” e si sporge verso di lei, perché quasi non riesce più a vederla, tanto è scivolata giù sulla poltrona. Lei, per educazione si tira su, si rimette un po’ a posto, si liscia la sottana, gambe belle strette, ginocchia unite e mani sui braccioli.

“ Oh ben…ecco…insomma…non che non fossi una bella ragazza, solo che mia mamma mi ha sempre detto che se un uomo mi viene vicino poi vuole fare le porcherie con me e magari dopo io rimango incinta e lui scappa e mi lascia lì con un bastardo da allevare. Anche Don Mario me lo diceva quando andavo a confessarmi che delle volte mi venivano certi pensieri e diventavo tutta rossa! Mi diceva di non “formicare” mai e mi spiegava che non voleva dire di non schiacciare le formiche…ma di non toccare gli uomini e io gli ho sempre dato ascolto. Ecco perché sono… nubile.” Pronuncia quella parola con orgoglio.

“ Infatti, altra cosa che non ho capito molto bene” - il ragazzo tamburella con le dita sulla scrivania.

“ E poi leggo che ha passato tutta la sua vita curando suo padre, alcolizzato, e sua madre invalida per una brutta randellata presa dal marito ubriaco e che la sua unica sorella, Pina, l’ha fatta interdire e si è presa tutto il podere e i beni di famiglia. E’ vero?”

“ Dunque: mio padre, poverino non era mica alcolizzato. Era solo uno che gli piaceva bere del vino buono e diceva sempre che doveva ancora trovare la misura giusta per fermarsi in tempo prima di farsi portare a casa da qualcuno. Se il suo fegato non si spappolava sono sicura che la trovava questa misura, perché lui si impegnava davvero tanto. Mia madre non è mica rimasta sulla sedia a rotelle per colpa del papà: quella sera lui non aveva trovato la misura giusta e nell’aggrapparsi a lei l’ha fatta cadere dalla scala, poverina. E poi…mia sorella cosa mi ha fatto…?” - non ricorda più quella parola mai sentita prima.

“ Interdire, Albina! Vuol dire che ha dichiarato che lei è pazza, che non può rispondere delle sue azioni e che non è in grado di amministrare i beni e le terre dei suoi genitori” - risponde il ragazzo sbuffando e allentandosi il nodo della cravatta, come uno che ha troppo caldo o che sta perdendo la pazienza.

“ Interdire! La verità è che mia sorella ha più bisogno di me di tutta quella roba, perché è sposata con un buon uomo e ha due figli che studiano. Io cosa me ne faccio della terra e dei soldi? Lo ha detto anche Don Mario che è meglio essere poveri, sempre per via che dopo diventa più facile entrare là…”

“Appunto Albina, questo è il problema: lei è una donna umile, devota e gentile non solo nei confronti della sua famiglia, ma dell’intero genere umano. Lei non hai mai commesso peccati gravi, non hai mai rubato, mentito, fornicato, ogni giorno si è recata in chiesa, ha osservato i comandamenti e ha pregato sempre col cuore. Tutto torna alla perfezione con quanto lei , o chi per lei, ha scritto sul suo curriculum vitae”.

“ Davvero? Sono proprio contenta, perché io ho fatto tutto il possibile per comportarmi bene!”. Sfoglia il suo curriculum e le mostra la pagina quattro. Sembra perplesso:

“C’è un grosso equivoco: qui in fondo alla pagina ci sono due caselle. Chi vuole entrare a far parte del settore A deve porre una croce sulla casella A e chi invece vuole entrare nel settore B deve mettere la croce sul B. Lei questa croce dove la vede?”

“ La croce mi sa che è sul B…sì sul B”.

“ Infatti: B, settore B, quello di Belzebù in persona…il mio!”

Le si accappona la pelle, sente la gola secca e urla:

“ Diavolo! “- e mai nessuna esclamazione è stata più azzeccata di questa.

“ Senta, io non capisco come abbia potuto compiere un errore così grossolano. Il modulo è molto chiaro e se giriamo pagina, qui in fondo, c’è’ tutta la spiegazione molto dettagliata dei due settori; non è possibile sbagliare!”

L’Albina abbassa tristemente lo sguardo e, tormentandosi le mani, risponde con un fil di voce:

“ Ecco, in effetti Don Mario aveva messo la croce sulla casella A ma poi, quando sono arrivata a casa, la notte, non riuscivo a dormire per il pensiero. A come Albina, forse qualcuno avrebbe pensato che non ero umile se usavo l’iniziale del mio nome; A la prima lettera dell’alfabeto, meglio non essere i primi, pensavo quella notte, sa, sempre per via di quel posto, di quel regno…e allora mi sono alzata dal letto, ho acceso la luce e ho tirato fuori il foglio dal cassetto. Con la gomma ho cancellato per benino la croce sulla A e l’ho messa sulla B e sono tornata a letto più leggera e più soddisfatta” .

“Ora, Albina, è tutto molto chiaro. Lei non è la persona adatta a noi. Lei non può entrare qui” – il ragazzo raccoglie alcuni fogli sparsi sulla scrivania, corregge l’errore sul primo dei fogli e li mette ordinatamente in una carpetta rossa poi si alza in piedi :

“ Ecco, prenda la sua roba, esca da quella porta e giri nel corridoio di sinistra. Sul muro vedrà l’indicazione SETTORE A , quello degli Angeli. Segua la freccia e si metta in fila davanti alla porta che troverà laggiù in fondo. Vedrà, la fila sarà sicuramente meno lunga, addirittura forse lei sarà l’unica. Vada Albina” - e il ragazzo le allunga la mano per salutarla.

Si alza, si liscia la veste stropicciata, sistema il colletto della camicetta, s’infila la borsetta nel braccio, s’asciuga la mano sudata nel vestito prima di allungarla al ragazzo .

“ Allora la saluto, la ringrazio tanto per la sua gentilezza . Pensi che al mio paese dicono Maledèt al diavel…mica vero! Io non la maledico per niente, anzi lei mi piace proprio tanto!” e gli stringe la mano più forte che può.

Il ragazzo la ritira con grande imbarazzo e la spinge verso la porta :

“ Vada Albina, vada via in fretta”.

Col suo passo lento e barcollante s’avvia verso l’uscita di quel corridoio e vede che la fila intanto si è quasi raddoppiata…quanta gente! Giovani, vecchi, donne, preti, suore, un famoso uomo politico, una faccia della televisione,un Presidente…mamma mia! Quasi quasi un pochino le dispiace lasciare quel posto con tanta bella gente!

“Albina! “ – il bel Belzebù la chiama. Che abbia avuto un ripensamento?

Si gira e lo vede che le viene incontro:

“ Tenga…ha dimenticato questo – e le porge i suoi fogli- lo presenti di là, nel settore A, vedrà che le andrà meglio!”.

La Bina prende il suo “curriculo” e torna sui suoi passi un po’ perplessa : “ Avrò fatto la scelta giusta?”

giovedì 21 maggio 2009

Lo scatto di un gatto



Lo scatto di un gatto.
Condivido, ormai da molti anni, cinquanta metri quadrati con il Poeta, che declama i suoi versi ad alta voce di giorno, di notte e in ogni stagione dell’anno, fino allo sfinimento. Col tempo, anche per me, la rima è diventata prima un’ossessione, poi una naturale forma mentis: penso solo a frasi brevi e, di solito, in rima.
( Mi fermo e poi scatto
Lo sguardo di un gatto
Dal vetro appannato
Di quel caseggiato )
Non ricordo nemmeno quando è cominciato. Ci fu un momento in cui decisi che preferivo uscire la notte, per non sentire più la sua voce e da allora fu così.
“Ma come? Esci con una sera da lupi come questa? C’è una nebbia che si taglia col coltello.”
( Mi fermo e poi scatto
E sempre quel gatto
Si struscia sul muro
Là dov’è più scuro )
Mi struscio languidamente conto lo stipite della porta e con lentezza scivolo fuori, nel buio
“Aspetta...vieni dentro…oh anima ingrata non m’abbandonare!…” il tragico lamento del Poeta mi annebbia la mente...un ultimo sguardo alle mie spalle e poi la rapida e silenziosa fuga.
( La voce attutita
Nel silenzio invita
Qualcun a tornare
E il gatto scompare )
Una notte che mi trovai a passare da Borgo Onorato cominciai anche a camminare in modo diverso, a scatti, brevi corse seguite da altrettanto brevi pause contro il muro e nei portoni bui e da allora cammino così, furtivamente. Se poi la nebbia cala sulla città, l’atmosfera è ideale per sciogliere le briglie della mia dimensione animale.
( La nebbia m’avvolge
E tutto stravolge
In fondo alla via
Qualcuno mi spia )
Dalle cantine e dalle fogne, in notti come queste escono i topi a rovistare nelle immondizie e adesso i piccoli occhi di uno di loro mi stanno fissando da sotto un cassonetto.
Immobile, i muscoli tesi, il mio sguardo che incrocia il suo e lo ipnotizza…
“Sei morto, sei finito piccolo essere schifoso…” voglio godere ancora del brivido che mi dà l’attesa e poi il balzo finale.
( La strada deserta
Dal buio coperta
Nel nulla io scatto
Lo scatto di un matto )
La nebbia sta depositando gocce di vapore sul mio pelo, fa freddo ma mi sento meglio, tornano i pensieri normali…niente rime…solo parole slegate…niente rime…che sia la fine di questo assillo? Sono piena d’energia, sono carica del sapore della conquista, della soddisfazione del predatore che ha catturato la sua preda, come tutte le notti.
Pochi passi e sono in Borgo Felino: in questo vicolo annuso le tracce d'altri passaggi, segno il territorio per tenere lontano i nemici sempre più numerosi e sinuosamente mi avvicino a casa mia.
Passi nel buio che risuonano nel silenzio del vicolo, incrocio la Berta, una vecchia senzatetto in cerca del suo angolo di strada per la notte; ha le calze rotte e un tacco che sta per staccarsi dalla scarpa.
“Fuori anche stanotte? Ma perché non ci facciamo compagnia qualche volta? Non ti mangio mica se ti fermi un po’ con me, sai?”
Ignoro la sua invocazione piagnucolosa e le passo di fianco, fiutando la scia di sudore e urina rancida che lascia al suo passaggio. Poco più in là mi fermo e mi volto per guardarla: mi fa così pena che per un istante penso di regalare a lei il trofeo di stanotte ma non posso, è per il Poeta, che mi aspetta a casa, insonne, coi capelli grigi lunghi e scompigliati dalla follia, con la camicia strappata e sporca, con le ciabatte vecchie e scalcagnate…il mio Poeta…dal quale fuggo per poi tornare sempre.
Entro dalla finestra del piano terra, abbandono il topo morto sul tappeto e mi sdraio vicino al caminetto acceso aspettando che il fuoco mi scaldi le ossa.
“Perché? Perché ti comporti così? Cosa posso fare con te per convincerti che non sei un gatto? La tua è pura follia…tu sei la mia compagna, stai con me da anni, dormi, mangi, condividi con me gioie e dolori…e tu fai queste cose schifose, esci la notte, uccidi topi, rientri sporca e distrutta” il Poeta con rabbia raccoglie il trofeo e lo getta dalla finestra.
Mentre lui davanti allo specchio recita la sua ennesima farsa e piange, grottesca maschera di disperazione, fisso la fiamma nel camino e intanto mi pulisco con cura le zampe e il pelo ancora umido e aspetto che arrivi un nuovo giorno. Sta sorgendo il sole e i suoi primi raggi mi trovano raggomitolata sul tappeto mentre fingo di dormire per non sentire la voce del Poeta che recita, quasi urlando, una sua vecchia ode. Anche questa nottata è trascorsa insonne per entrambi, altra notte di equivoci.
Bussano alla porta e io scatto in piedi, tutti i sensi vigili…so già chi c’è là fuori.
“La vuole smettere di urlare una buona volta? Non è possibile che tutte le notti faccia questo baccano! Qui c’e’ gente che al mattino deve andare al lavoro, brutto vagabondo, fannullone buono a nulla…io la denuncio, la faccio sfrattare…accidenti a lei e a quella maledetta bestiaccia della sua gatta, che mi riempie il cortile di topi! Maledetti tutti e due…” un ultimo colpo alla porta e poi i passi si allontanano.
“Mi fermo e poi scatto…lo sguardo di un gatto…” sussurro sorniona all’orecchio del Poeta mentre gli passo accanto e, silenziosamente e lentamente, vado a rannicchiarmi in quelle morbide coperte che mi avvolgeranno per buona parte della giornata, perché io vivo di notte.
Racconto pubblicato on-line su "Viadellebelledonne"

(Sara Ferraglia )

martedì 11 novembre 2008

La signorina a colori n°20

Ecco la mia versione de "La signorina a colori", pubblicata fra le 24 signorine finaliste nell'e-book scaricabile dal seguente link:
http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2008/11/volume.pdf

Quando comincia una storia? In genere dall’inizio. A volte, però, è la fine di una storia che ne fa cominciare un’altra. Così ci sono due categorie di storie, quelle che cominciano dall’inizio e quelle che cominciano dalla fine. Ci sono due categorie di donne, quelle che raccontano la loro storia e quelle che non la raccontano, poi ce n’è una terza, quelle che non la raccontano giusta.
Io la racconto sempre giusta, cominciando sempre dalla fine, ordinatamente, eppure nessuno mi crede. Capita che io racconti la mia storia a qualcuno che si siede accanto a me sulla panchina del viale, oppure sull’autobus, oppure al tavolino di un bar. Mi ascoltano, quasi mai fino alla fine e mentre parlo, leggo incredulità nei loro occhi e a volte anche pena e compassione.
Oggi, in questa splendida mattina d’inizio autunno, racconto la mia storia a Sara, una ragazza seduta accanto a me al tavolino di questo elegante bar, che adoro per il verde pallido e il malva del suo arredo.
“Sono morta il 14 ottobre del 1943…”
La ragazza d’un tratto smette di sorseggiare il suo the e, dopo aver posato la tazza sul tavolino, si ferma di colpo, mi osserva con sospetto e si guarda intorno come per cercare aiuto.
“Morta? Vorrà dire nata !” – Sara reagisce con evidente imbarazzo.
“No,morta… in una mattina come questa…soleggiata e fresca “
“Ok. Chi è lei? Una scrittrice? Lavora di fantasia vero? Ok…c’era la guerra in quel periodo, ha voglia di parlarmi di questo? Molti anziani ne sentono il bisogno, anche mia nonna lo fa spesso…E’ morta sotto il famoso bombardamento sulla città?”- la ragazza mi piace, non mi crede ma regge il gioco.
“Nessun bombardamento. Sono morta perché una folata di vento mi ha fatto cadere questo bellissimo cappellino di feltro rosa sui binari del tram e io, per raccoglierlo, sono finita sotto…Vedi? Ho ancora i segni sul cappotto e manca un bottone rosso, proprio qui…Per fortuna il cappellino si è solo un pò schiacciato e la veletta si è strappata solo per pochi centimetri …Mi è andata bene!”
“Ho capito. Come si chiama signora?”- ora la ragazza sorride, sembra divertirsi. Che ci sarà di tanto divertente nel mio racconto? Sto dicendo che sono morta schiacciata sotto un tram e questa sciocchina ride.
“ Signorina, prego…sono la signorina Giustina Colarusso, sartina e modista d’alta moda ” – ci tengo a dire che mestiere facevo, perché se è vero che l’abito non fa il monaco è pure vero che nel mio caso la mia classe e la mia eleganza raccontano di me più di mille parole. Dalla mia borsettina nera estraggo uno specchietto e un rossetto rosso acceso, dello stesso colore della mia sciarpina di seta pura e mi ritocco le labbra delicatamente. Il tempo passa ma io non invecchio mai, solo il mio incarnato si fa sempre più pallido e diafano e io devo calcare sempre di più la mano col trucco, ombreggiandomi le palpebre d’azzurro e imbellettandomi le gote di cipria rosa.
“ Senta signorina Giustina, mi scusi se glielo chiedo : ha bisogno d’aiuto? Vuole che la riaccompagni a casa? Se mi dice dove abita lo farò molto volentieri, senza problemi…”
Che peccato, anche questa giovinetta pensa che io non la racconti giusta. Anche oggi la storia della mia vita si è fermata alla fine e se andiamo avanti così non riuscirò mai a raccontarla tutta. Che peccato. Pazienza, ho ancora tanto tempo per cercare un buon interlocutore, ho tutta la vita dietro!
Mi alzo lentamente ed elegantemente esco dal locale. E’ una splendida giornata autunnale e voglio godermi gli ultimi raggi di sole prima del prossimo lungo inverno.
Prima di allontanarmi sul viale ricoperto di foglie scricchiolanti, getto un ultimo sguardo alla ragazza nella sala da the: di sicuro lei non era la persona giusta con cui dialogare…Strana ragazza, forse un pò pazza…sta parlando con la rosa rossa nel vaso sul tavolino verde pallido.

Sara Ferraglia

lunedì 27 ottobre 2008

La signorina a colori


Su Viadellebelledonne è in corso una simpatica sfida a suon di racconti, che devono partire tutti da un incipit ben preciso.
Sto partecipando anch'io e tutto si svolgerà nel più assoluto anonimato fino alla votazione finale, dopo la pubblicazione del racconto n° 24.

Per chi volesse divertirsi a leggerne qualcuno e, magari, cercare di indovinare qual'è il mio, questo è il link :

http://viadellebelledonne.wordpress.com/

Buona lettura a tutti

giovedì 24 aprile 2008

Noi vogliam Dio

L’edificio un tempo era un monastero. I lunghi corridoi che si affacciavano sul chiostro quadrato ne conservavano l’austerità.
Mura antiche, aule antiche e professori antichi, in particolare due, quello di chimica e quella di matematica.
Il professore di chimica era un vecchio magrissimo e pallido dal lungo naso adunco e dal volto scavato.
Lo sguardo era gelido e quando eri lì alla cattedra per essere interrogata, specialmente se non capivi niente di chimica come me, ogni sua occhiata era una stilettata di ghiaccio puro.
Portava da anni lo stesso cappottone marrone e la stessa sciarpa che, appena entrato in aula, ogni mattina, faticosamente si toglieva ed appendeva all’attaccapanni, antico pure lui. Guardava noi “signorine” ci diceva buongiorno senza mai un sorriso e con passo lento e ciondolante si accomodava lentamente, sistemando sotto la cattedra la sua cartella di pelle logora e stinta.
Per lui tutto era andato avanti così per anni, come un rito sacro che non si poteva spezzare, fino al giorno in cui in quella classe seconda B arrivò Chiara.
A dispetto del nome, lei non era affatto “chiara”, a causa di uno spesso strato di fondotinta scurissimo che aveva sempre sul viso, metodicamente spalmato fin sotto il mento, in modo tale che il collo, invece, spiccava candido fra i colletti delle sue camicette.
Il nome Chiara fa pensare ad una dolce e delicata creatura, quasi angelica. Questa Chiara, invece, era una ragazzona altissima e notevolmente sovvrappeso dai lunghi capelli, che portava sempre arruffati e spettinati. Il trucco, come già ho accennato, era pesantissimo e non solo per colpa del fondotinta ; usava la matita nera sugli occhi così marcatamente che in confronto Cleopatra aveva un trucco discreto e sulle palpebre stendeva circa un etto di ombretto turchese. Indossava sempre minigonne cortissime che le scoprivano le cosce diciamo… un pò cicciottelle e camicette scollatissime sempre molto aperte sul davanti così da mettere ben in mostra un seno forse da sesta taglia.
A tutto questo dobbiamo aggiungere certi suoi atteggiamenti non proprio da “signorina“ come invece esigevano in quella scuola, risate sguaiate, parole che se le ripetessi qui verrei censurata, amichevoli pacche sulle spalle che ti facevano tossire per un’ora abbondante…Chiara, la personificazione del male, secondo certe compagne e certi professori.
Chiara la ribelle secondo certe altre compagne e certi altri professori già in odore di imminenti arie sessantottine.
Chiara quell’anno provocò in quella classe delle vere e proprie scosse telluriche. La prima fu quando il professore di chimica entrando con la stessa flemma di sempre e vedendola correre verso di lui, quasi come per travolgerlo fece due traballanti passi indietro:
“ Mah…insomma! Signorina cosa fa? ”
E lei, sfoderando un sorriso che a lui parve angelico e a noi tutte mefistofelico:
“ Permette che l’aiuti a togliere il cappotto professore?”
Lui fermo, immobile per interminabili secondi, Chiara col sorriso stampato in faccia, la classe in trepidante attesa di una glaciale reazione…e invece su quel viso incartapecorito si fece strada una smorfia, un movimento delle labbra che sembrava un sorriso.
Chiara lo interpretò così e gli tolse cappotto e sciarpa e, prendendolo sottobraccio, lo accompagnò alla cattedra e lui la seguì docile come un agnellino e con lo sguardo da pesce lesso.
E così quel giorno il gelido professore interruppe il suo gelido rito e qualcuno addirittura venne a sapere, da voci di corridoio, che lui non vedeva l’ora di far lezione in seconda B.
La professoressa di matematica era molto anziana, o forse dimostrava più degli anni che aveva per il suo modo di vestire, quasi da suora e per i suoi atteggiamenti davvero fuori dal tempo.
Piccolina di statura, gobba, sempre vestita di nero, capelli bianchi raccolti a crocchia sulla nuca, una pesante croce d’argento sul petto, era una caricatura vivente.
Entrava in classe, sempre seria ed austera e prima di sedersi in cattedra percorreva a svelti passettini tutto il perimetro dell’aula, invitando “lor signorine” a star sedute composte e a tirarsi le gonne sulle ginocchia per coprirle il più possibile.
Quando, durante la lezione, qualcuna di noi si alzava per chiederle il permesso di uscire, se indossava la minigonna, cosa molto probabile, dato che erano i primi anni settanta, provocava nella professoressa di matematica reazioni simili a un boccone che va di traverso; interrompeva la frase, diventava paonazza, si alzava in piedi, si copriva tutto il viso con le mani per non vedere :
“ Signorina si vergogni! Vergogna! Si copra…esca, esca ...fuori subito..!” poi tornava a sedersi stravolta e col respiro affannoso per ancora dieci minuti.
Ora, immaginate una come Chiara, alle prese con questo esemplare d’insegnante.
Le minigonne di Chiara erano le più corte di tutto l’istituto e facevano impazzire la povera donna.
La sua disperazione un giorno arrivò ad un punto insostenibile. Interruppe la lezione e si rivolse alla classe con le lacrime agli occhi:
“Signorine, ma voi non sapete cos’è la decenza. Voi dovreste venire a scuola tutte col grembiule nero e il colletto bianco, non così…così…scostumate. Voi dovete coprirvi le gambe, tenere un portamento da signorine…non così, io non ne posso più…ma insomma cosa devo fare? Signore santo, sant’Iddio ma cosa volete?”
A quel punto, dall’ultima fila di sedie in fondo all’aula si sentì un rumore assordante.
Sei ragazze si alzarono in piedi tutte insieme, Chiara nel centro. Girarono le spalle alla classe e all’insegnante, le braccia e lo sguardo in alto sulla parete, dove stava un antico affresco raffigurante una candida Madonna e un coro si levò:
Chiara: “Volete le rosse?”
Le altre: “ Nooooooooooo!”
“Volete le more?”
“Nooooooooooooo!”
“Volete le bionde ?”
“ Nooooooooooooo!”
Chiara: “ E allora cosa volete?”
Le sei ragazze tutte insieme:

“ Noi vogliam Dio Vergin Maria,
leva lo sguardo ai nostri cuor,
noi t’invochiamo o madre pia
dei nostri cuori colma il desir
dè benedici o madre al grido della fè
noi vogliam Dio che è nostro padre,
noi vogliam Dio che è nostro re…!

Si sentì un tonfo sordo alla cattedra. La povera professoressa di matematica era svenuta.
Chiara e le altre subirono una sospensione di una settimana.
Il professore di chimica, invece, finchè non tornò Chiara, tenne le sue lezioni col cappottone
addosso.