lunedì 16 maggio 2011

Le mamme possibili


Il nostro codice segreto ( breve dialogo fra madre e figlio appena nato )

( “ Chi parla così forte? Che rumore! Io stavo meglio là dentro, aiuto che succede?”)


Ti ho toccata, accarezzata, fiutata e  ci siamo scambiate il nostro indelebile codice segreto e tu, piccolo corpo ancora chiuso al mondo esterno, hai a disposizione solo questo per comunicare con me, per sentire che le nostre carni si sono staccate  ma ci apparteniamo ancora.

(“ Non posso parlare, non sono capace… ma so chi sei.  Però adesso ho fame…Non m’importa di nient’altro al mondo, solo della mia fame.”)

La tua manina rosa e un po’ rugosa si aggrappa al mio seno, lo stringe e la tua bocca non smette di cercare e di succhiare e alla fine si stacca: la tua espressione ora è di pace e sazietà mentre ti addormenti fra le mie braccia. Lentamente mi alzo e ti poso nella culla.

( “ Eh no! Così non mi piace mica tanto! C’era più caldo prima e poi mi piaceva come mi facevi dondolare…dai, prendimi ancora in braccio altrimenti piango…Ok…allora piango!”)

Dobbiamo imparare a vivere staccate, piccolina mia, dobbiamo imparare che ora abbiamo due vite, capisci? La risposta è nel tuo pianto, che, da intermittente mugugno, diventa assordante grido di rabbia, che rende paonazzo il tuo viso.
E va bene…ancora un attimo di coccole, vieni…
“Dondola, dondola e il vento la spinge, cattura le stelle per  i suoi desideri…” canto piano piano e tu ti calmi.

( “ C’è tempo mamma per imparare a staccarci! Adesso stiamo così che ci sto meglio!”)

Passeranno troppo in fretta questi giorni… e i mesi… e gli anni… e non torneranno più ma non perderemo mai il nostro codice segreto.

Sara Ferraglia


Per approfondimenti qui
e qui


domenica 3 aprile 2011

Il viaggio sulle onde


Il viaggio sulle onde

Il mare di Trieste per molti anni le sussurrò la buona notte ogni notte.
Laggiù, più a sud era lo stesso caro mare eppure sembrava parlare una lingua diversa o forse era lei
che stava diventando sorda.
Era dunque lo stesso mare che quella notte la sfiorò nel sonno, l’accarezzò e la invitò :
- Maria… Maria… andiamo, ormai è l’ora –.
Maria, che si era fatta piccola e gracile per l’età avanzata, Maria coi capelli bianco argento e gli occhi chiari e vispi come quelli di una ragazza, si sedette sul letto.
- Eccomi, sono pronta-.
La presero sottobraccio, una per parte, due onde gagliarde e gelide giunte apposta per lei dal mare di Trieste. Sorrise ad entrambe  e mentre si sollevavano leggere iniziò a raccontar loro tutta la sua vita, dei suoi viaggi, dei suoi amori, dei suoi dolori, dei suoi figli, nipoti e pronipoti.
- L’ultima nata si chiama Claudia, è la figlia di mio nipote Nicola , vedeste come è piccola e che sorriso dolce … peccato che l’ho vista  così poco! L’ho tenuta in braccio solo una volta …-
Sorrise ammiccando sorniona e le onde capirono che una piccola deviazione era  ancora possibile.
Salivano intanto verso nord, lungo la riviera romagnola silenziosa e addormentata in quel periodo di bassa stagione.
- Guardate laggiù…il Castello di Gradara ! Ecco, dimenticavo di dirvi che lì si è sposato mio nipote, lo scorso anno in maggio e io c’ero. Ho fatto fatica perché ero  già molto stanca ma ero felice per lui e ho voluto essere presente.-
Mandò un bacio con la mano verso le mura medioevali che nel buio si scorgevano appena.
- Reggiti forte Maria, acceleriamo un po’ che il viaggio è ancora lungo – e le onde triestine salirono più su nel cielo stellato, stringendo la nonna in un abbraccio robusto ma nello stesso tempo delicato.
Maria si godette lo spettacolo unico e raro delle costellazioni che sembravano salutare il suo passaggio con scintillii e bagliori più luminosi; esattamente sotto la costellazione della Bilancia  si stendeva quella parte di Pianura Padana dove ormai sapeva che avrebbero fatto tappa.
Si abbassarono fino a lambire i fasci di luce provenienti dai fari delle auto in corsa lungo l’autostrada, fino ad immergersi in una coltre di nebbia fitta che galleggiava sulla campagna quasi rasoterra, come un mare grigio e morbido. Stava albeggiando e l’orizzonte già appariva rischiarato dal sole che stava per spuntare.
La piccola casa color ruggine  dormiva ancora, gli scuri tutti serrati.
- Vai nonna Maria – dissero le nuvole  posandola delicatamente sull’erba del giardino bagnata di rugiada – noi ti aspettiamo qui.
Maria entrò : muri, porte e finestre ormai non le opponevano alcuna resistenza.
Salì al primo piano dal quale proveniva il suono di tre respiri diversi. Entrando nella grande camera  si avvicinò  al letto, accarezzò lievemente suo nipote e la giovane moglie e si avvicinò alla piccola culla tutta bianca ai piedi del  letto.
Quando le fu sopra fu grande la sorpresa : un piccolo gorgoglìo nel buio e il movimento frenetico di due manine che si aprivano e subito dopo si richiudevano a pugno come per dirle ciao furono il preludio al sorriso più dolce del  mondo.
- Ciao piccola creatura, nonna Maria è venuta a salutarti. Un bacio e … buona fortuna!- e in un attimo Maria si ritrovò rannicchiata di nuovo nell’abbraccio delle onde e ripartì per il suo ultimo viaggio.
Erano le cinque del mattino.

lunedì 31 gennaio 2011

Non si maltrattano così le signore

Ripropongo oggi un racconto che scrissi anni fa e che, nel frattempo, è comparso


su  : Viadellebelledonne


su  : Blogolonelbuio



( Donna allo specchio - Picasso )


Non si maltrattano così le signore.



Mi sono accomodata sulla poltrona del parrucchiere. Poca gente, musica new-age e volume un po’ troppo alto.

“ Arrivo subito da te “ Luca, uno dei ragazzi che lavora lì, rigorosamente vestito tutto di nero, si affaccia dall’altra stanza per poi sparire di nuovo.

Rimango sola davanti ad uno specchio immenso e crudele.

Molti anni fa mi piaceva guardarmi, sciogliere i miei capelli neri, lunghi e lisci nell’attesa che arrivasse chi doveva prendersi cura di loro e poi spostarli tutti sulla spalla reclinando il capo, con un gesto lento, studiato, lezioso e guardarmi nello specchio, fissarmi negli occhi scuri, grandi e accesi. Accadeva molti anni fa. Ora lo specchio è crudele perché non mi concede nulla. Non ho più capelli neri da sciogliere, perché da qualche tempo li porto corti, con la scusa che meglio si adattano alla mia personalità; in realtà lo faccio perché sono pratici, li posso lavare ogni mattina sotto la doccia e con le sole mani in pochi minuti li posso acconciare. E poi il capello lungo ad una certa età fa “dietro trofeo, davanti museo”. E poi il capello lungo ha bisogno di cura e attenzioni che solo un parrucchiere può dare, altrimenti si spezzano, si formano le doppie punte…E poi, e poi, accidenti, chi se ne frega del perché ho i capelli corti! Sono tutte elucubrazioni mentali che vogliono solo esorcizzare il tempo e la paura di vedere riflesse in questo specchio le tracce che questo mostro ha lasciato sul viso, sul collo, sui capelli.

“ Eccomi. Ciao, come stai?” dice Luca che con un balzo è tornato dietro le mie spalle.

In realtà non gliene frega niente di come sto io e quindi freddamente rispondo:

“Ciao a te, cosa facciamo coi miei capelli?”

“Dimmi tu, cosa vuoi?”

Un’altra cosa che da un pò di anni faccio fatica ad accettare (credo più o meno da cinque anni o giù di lì ) è questa facilità che hanno i giovani di darti del tu. Una mia amica dice che a lei piace perché la fa sentire a suo agio, invece a me fa sentire fuori posto.

Mi tocco i capelli, li giro e li rigiro fra le dita e poi decido:

“Taglia. Un bel corto tutto sfilatino.”

Luca canticchia e prende da un cassetto una mantella nera così non mi si appiccicheranno tutti i capelli sui vestiti.

Sbandierando come un toreador mi avvolge in quella nuvola sintetica e chiude il tutto stringendo il laccetto di velcron sulla mia nuca.

A quel punto il mio collo subisce una rapida trasformazione e la pelle si raggrinza, si affloscia, si piega e io mi sento un visitor, un E-t appena sbarcato su madre terra!

“Scusami, ho forse stretto troppo?”

“ Un pochino!” gli rispondo col volto paonazzo.

Luca allenta il laccetto e il mio collo si distende di nuovo e torna alla normalità come pure il mio colorito e il ragazzo, sempre canticchiando inizia a tagliuzzare qui e là sulla mia testa.

Continuo a guardarmi nello specchio, che mi sembra sempre più grande e sono rigida come un baccalà, con tutti i muscoli del mio corpo in massima tensione.

Una volta, credo circa dieci anni fa o giù di lì, (incredibile come, ultimamente, mi venga naturale e urgente quantificare il tempo) mi capitava raramente di non sentirmi a mio agio in qualsiasi situazione mi trovassi mentre ora, ogni tanto, divento Dottor Jackil o Mr.Hide e subisco queste strane metamorfosi.

La porta a vetri del negozio si apre e insieme ad una folata di gelo entra qualcuno.

“Ciao caro, come stai? Hai tempo per me che ho un po’ fretta? Come mi trovi? “ la voce un po’svenevole precede di qualche istante l’immagine di una stupenda ragazza che ora si riflette nello specchio divenuto, per l’occasione, improvvisamente benevolo.

Mi chiedo come farà Luca a rispondere contemporaneamente a tre domande precise e a mettersi subito a sua disposizione poiché sta lavorando sulla mia testa.

Lui prima con quella strizzatine di velcron ha messo a disagio me e quindi ora aspetto di vedere il suo imbarazzo nel dovermi mollare su due piedi! Eh sì ragazzino, qui ti voglio!

“ Ciao bellissima, bene grazie e tu? Ma certo, sarò da te fra pochi minuti e ti trovo splendidamente in forma “ si gira verso la scala e chiama Anna, pregandola di venire subito a sostituirlo.

Mi sorride, si allontana camminando a ritroso e intanto mi dice:

“Scusa sai. Io qui ho finito e ti asciugherà Anna. Non ti dispiace vero? Grazie.”

Ecco come ha fatto. E se l’è cavata anche bene. Sarà grazie all’esperienza o sarà per quella massa di riccioli rossi e quella fila di denti bianchissimi che gli stanno davanti?

Non ho nemmeno il tempo di rispondere che lui è già sparito nella stanza accanto seguito da una fresca e svolazzante scia di profumo.

Torno a girarmi verso lo specchio, sempre più rigida, sempre più baccalà e intanto alle mie spalle arriva Anna, che, un po’ infastidita mi saluta con un secco “buongiorno” e una veloce strizzatina di velcron, così mi trasformo di nuovo, prima in E-T e subito dopo in Mr.Hide.

Sento il mio volto farsi di nuovo paonazzo e i battiti cardiaci accelerare come impazziti.

“ Senti ragazzina, allenta subito questo laccio che mi stai strangolando “- le dico con una voce quasi gutturale, che suona nuova anche alle mie orecchie – e poi corri di là e dì a Luca che gli devo parlare immediatamente, capito? Vai!!!”

Mi strappo via il mantello da toreador, mi alzo in piedi di scatto pregustandomi il momento di gloria che avrò quando mi troverò davanti quello stronzetto di Luca…Gliele canterò in rima, gli dirò quanto è stato maleducato e che non mi vedrà più nel suo negozio e gli dirò anche che mi dava tremendamente fastidio quando si rivolgeva a me con quel “tu” troppo facile e gli dirò che non è mai stato capace di mettermi a modo la mantellina sulle spalle! Oh, ma quante gliene dirò!

Luca arriva e io troneggio su di lui come una regina disadorna (citazione da uno dei miei autori preferiti) mani sui fianchi da brava “rezdora”, capelli dall’acconciatura spaziale e fumo che mi esce dalle narici come ai tori nell’arena.

“Dimmi, che problema hai?”

Mi da del tu e mi fa anche una domanda precisa: che problema ho.

Che problema ho?

Ne ho mille di problemi e non uno. Il più grosso è che ad una domanda precisa in una situazione di disagio, non mi viene mai la risposta che vorrei.

Qualche secondo di silenzio e poi…le braccia mi scivolano lungo i fianchi, i capelli mi si afflosciano e la mia statura immensa torna nella norma.

Con una vocina flebile e tremula che non mi appartiene per nulla, esattamente come non mi apparteneva quella roca di prima, dico :

“ Non si maltrattano così le signore” … divento rossa come un papavero e penso…meno male che leggo molto e vedo molti film, così qualche volta mi vengono le risposte giuste al momento giusto!



Titolo Film

NON SI MALTRATTANO COSI' LE SIGNORE

Anno

1968

Titolo originale

NO WAY TO TREAT A LADY

Durata

107

Vietato

14

Origine

USA

Colore

C

Genere

DRAMMATICO

Formato

TECHNICOLOR

Tratto da

ROMANZO DI WILLIAM GOLDMAN




(Sara Ferraglia)

martedì 30 marzo 2010

La bugia più grossa


C'era una volta un lontano paese,

il più sperduto di tutto il pianeta

che organizzava alla fine del mese

una tenzone alquanto inconsueta.


Ed arrivavano da tutto il mondo

sulle ali aperte della fantasia

per poi combattere fino in fondo

a chi diceva più grossa bugia.


"Sono Mohamed e sono africano

Fin qui arrivato su lussuosa nave

Laggiù la fame è un ricordo lontano

È l'abbondanza il problema più grave."


Ed applaudiva quella folla immensa

Baci ed abbracci e grida della gente

E la tensione si faceva densa

all'apparir di un altro concorrente


"Io son Saeb e son palestinese

Vi porto i frutti di un'antica terra

Ormai regna la pace al mio paese

Nessu bambino sa cos'è la guerra."


E si guardavan tutti con stupore

per l'alta qualità degli sfidanti

Sceglierne uno e farlo vincitore

Compito ingrato per i giudicanti.


All'improvviso in mezzo a quel frastuono

vestita solo con una bandiera

accompagnata da un tribale suono

venne una donna dalla voce fiera.


"Io non ho nome né cittadinanza

mi chiaman pace o democrazia

mi chiamano giustizia oppur speranza

ma chi mi uccide è spesso la bugia.”


Cadde il silenzio nell'antica piazza

Svanì il sorriso da quei mille occhi

appartenenti a gente di ogni razza

e furon molti a sentirsi sciocchi.


C'era una volta un paese lontano

E c'era il festival della bugia

Non mi credete? Vi sembra strano?

C'era davvero. Parola mia.


Menzione speciale al premio

Ruba un raggio di sole per l'inverno – 2005

Città di Castello ( PG)

venerdì 19 marzo 2010

Pubblicazione

Da oggi è on-line , su ARTEMISIA il mio racconto "Lo scatto di un gatto".


giovedì 26 novembre 2009

Inferno o Paradiso ?


Inferno o paradiso?

“Prego…avanti un altro…”- ed ora tocca all’Albina, che è la prima di una lunga fila.

Avanza di due passi e varca la soglia.

Il ragazzo che ha parlato è bello e sorride proprio come quel ballerino che c’è sempre in televisione dalla De Filippi.

“ Prego, s’accomodi “- indica una poltroncina di pelle rosso fuoco.

“ Allora …signora…”

“ Pasoni Albina detta Bina “- risponde lei, sistemandosi come sull’attenti pur stando seduta: busto eretto, ginocchia unite e mani sudate, che tormentano una borsetta di finta pelle spelacchiata.

“ Signora Albina immagino che lei, come tutti gli altri, sia qui per entrare a far parte del nostro staff”- sorride ancora.

“ Mi scusi, staff, cosa vuol dire? E’ una parola a metà? ”

Il ragazzo batte le mani sulla scrivania ed esplode in un’improvvisa risata, eccessiva e sguaiata.

“ Staff, collaboratori, in questo caso intendo anche comunità o gruppo”.

“ Ah ben…se intende questo, allora sì, io sono venuta qui con quell’intenzione” e annuisce vistosamente.

“Bene, ho letto il suo curriculum vitae e devo ammettere che è il più strano che mi sia mai capitato ma forse si tratta solo di chiarire alcune cose, ora che siamo a tu per tu” - si sporge leggermente verso di lei.

Lei, come ipnotizzata gli si avvicina e sussurra:

“ Il curriculo…quello che ha detto prima, non l’ho mica fatto tutto da sola! Mi ha aiutato Don Mario a metter giù tutte quelle risposte! Lo conosce Don Mario?”- sul suo volto si dipinge un sorriso di speranza.

Il ragazzo fa una smorfia di raccapriccio e lei pensa : “Perché fa quella faccia? Non gli ho mica nominato Tognòn, che puzza sempre come un letamaio; io però ogni tanto lo faccio venire in casa, lavo tutti i suoi stracci, gli faccio fare il bagno e gli preparo un bel pranzetto, poverino! “ – la donna ha lo sguardo perso nel vuoto, a rincorrere i suoi pensieri...

Lui batte un colpo sulla scrivania e si schiarisce la voce: “Andiamo avanti: lei scrive che è nata in campagna da genitori contadini, bravissime persone, caritatevoli e generose, i quali hanno fatto tanti sacrifici per mandarla a scuola dove lei ha imparato soltanto a leggere e a scrivere, perché poi è scoppiata la guerra, quindi il suo grado d’istruzione è …”

“ Prima elementare, poi hanno bombardato la scuola”.

“ La prego, non m’interrompa, lasci parlare me, dobbiamo chiarire molte cose e, come vede, fuori la fila è lunga” – la rimprovera il ragazzo mentre i suoi occhi hanno un barlume d’improvvisa cattiveria.

“Dicevamo che lei subito dopo la guerra, ha fatto diversi mestieri, apprendista sarta, donna di servizio presso un’agiata famiglia del posto e tutte le sue referenze sono davvero ottime; lei è sempre stata una donnina rispettosa, umile, onesta, per cui non riesco proprio a capire”.

“ Referenze? Quella cosa che vuol dire che tutti hanno parlato bene di me? “

Lui sospira…la compatisce.

“ Passiamo al suo stato civile: lei è nubile, come mai?”

Lo guarda terrorizzata:

“ Io nobile? Nooo…si sbaglia davvero! Io sono povera, sono una degli ultimi, di quelli che poi saranno i primi nel regno di là, capisce? ” - la prende un tremore incontrollabile per l’improvvisa paura che Don Mario abbia sbagliato a rispondere a qualche domanda.

“ Nubile, non nobile. Significa che non si è mai sposata !” - e adesso il signorino sta urlando come se parlasse con una sorda e lei vorrebbe diventare piccola come una cimice su quella poltrona rossa e scivolare via, lontano da quel luogo.

“ Perché non si è mai sposata, Albina?” e si sporge verso di lei, perché quasi non riesce più a vederla, tanto è scivolata giù sulla poltrona. Lei, per educazione si tira su, si rimette un po’ a posto, si liscia la sottana, gambe belle strette, ginocchia unite e mani sui braccioli.

“ Oh ben…ecco…insomma…non che non fossi una bella ragazza, solo che mia mamma mi ha sempre detto che se un uomo mi viene vicino poi vuole fare le porcherie con me e magari dopo io rimango incinta e lui scappa e mi lascia lì con un bastardo da allevare. Anche Don Mario me lo diceva quando andavo a confessarmi che delle volte mi venivano certi pensieri e diventavo tutta rossa! Mi diceva di non “formicare” mai e mi spiegava che non voleva dire di non schiacciare le formiche…ma di non toccare gli uomini e io gli ho sempre dato ascolto. Ecco perché sono… nubile.” Pronuncia quella parola con orgoglio.

“ Infatti, altra cosa che non ho capito molto bene” - il ragazzo tamburella con le dita sulla scrivania.

“ E poi leggo che ha passato tutta la sua vita curando suo padre, alcolizzato, e sua madre invalida per una brutta randellata presa dal marito ubriaco e che la sua unica sorella, Pina, l’ha fatta interdire e si è presa tutto il podere e i beni di famiglia. E’ vero?”

“ Dunque: mio padre, poverino non era mica alcolizzato. Era solo uno che gli piaceva bere del vino buono e diceva sempre che doveva ancora trovare la misura giusta per fermarsi in tempo prima di farsi portare a casa da qualcuno. Se il suo fegato non si spappolava sono sicura che la trovava questa misura, perché lui si impegnava davvero tanto. Mia madre non è mica rimasta sulla sedia a rotelle per colpa del papà: quella sera lui non aveva trovato la misura giusta e nell’aggrapparsi a lei l’ha fatta cadere dalla scala, poverina. E poi…mia sorella cosa mi ha fatto…?” - non ricorda più quella parola mai sentita prima.

“ Interdire, Albina! Vuol dire che ha dichiarato che lei è pazza, che non può rispondere delle sue azioni e che non è in grado di amministrare i beni e le terre dei suoi genitori” - risponde il ragazzo sbuffando e allentandosi il nodo della cravatta, come uno che ha troppo caldo o che sta perdendo la pazienza.

“ Interdire! La verità è che mia sorella ha più bisogno di me di tutta quella roba, perché è sposata con un buon uomo e ha due figli che studiano. Io cosa me ne faccio della terra e dei soldi? Lo ha detto anche Don Mario che è meglio essere poveri, sempre per via che dopo diventa più facile entrare là…”

“Appunto Albina, questo è il problema: lei è una donna umile, devota e gentile non solo nei confronti della sua famiglia, ma dell’intero genere umano. Lei non hai mai commesso peccati gravi, non hai mai rubato, mentito, fornicato, ogni giorno si è recata in chiesa, ha osservato i comandamenti e ha pregato sempre col cuore. Tutto torna alla perfezione con quanto lei , o chi per lei, ha scritto sul suo curriculum vitae”.

“ Davvero? Sono proprio contenta, perché io ho fatto tutto il possibile per comportarmi bene!”. Sfoglia il suo curriculum e le mostra la pagina quattro. Sembra perplesso:

“C’è un grosso equivoco: qui in fondo alla pagina ci sono due caselle. Chi vuole entrare a far parte del settore A deve porre una croce sulla casella A e chi invece vuole entrare nel settore B deve mettere la croce sul B. Lei questa croce dove la vede?”

“ La croce mi sa che è sul B…sì sul B”.

“ Infatti: B, settore B, quello di Belzebù in persona…il mio!”

Le si accappona la pelle, sente la gola secca e urla:

“ Diavolo! “- e mai nessuna esclamazione è stata più azzeccata di questa.

“ Senta, io non capisco come abbia potuto compiere un errore così grossolano. Il modulo è molto chiaro e se giriamo pagina, qui in fondo, c’è’ tutta la spiegazione molto dettagliata dei due settori; non è possibile sbagliare!”

L’Albina abbassa tristemente lo sguardo e, tormentandosi le mani, risponde con un fil di voce:

“ Ecco, in effetti Don Mario aveva messo la croce sulla casella A ma poi, quando sono arrivata a casa, la notte, non riuscivo a dormire per il pensiero. A come Albina, forse qualcuno avrebbe pensato che non ero umile se usavo l’iniziale del mio nome; A la prima lettera dell’alfabeto, meglio non essere i primi, pensavo quella notte, sa, sempre per via di quel posto, di quel regno…e allora mi sono alzata dal letto, ho acceso la luce e ho tirato fuori il foglio dal cassetto. Con la gomma ho cancellato per benino la croce sulla A e l’ho messa sulla B e sono tornata a letto più leggera e più soddisfatta” .

“Ora, Albina, è tutto molto chiaro. Lei non è la persona adatta a noi. Lei non può entrare qui” – il ragazzo raccoglie alcuni fogli sparsi sulla scrivania, corregge l’errore sul primo dei fogli e li mette ordinatamente in una carpetta rossa poi si alza in piedi :

“ Ecco, prenda la sua roba, esca da quella porta e giri nel corridoio di sinistra. Sul muro vedrà l’indicazione SETTORE A , quello degli Angeli. Segua la freccia e si metta in fila davanti alla porta che troverà laggiù in fondo. Vedrà, la fila sarà sicuramente meno lunga, addirittura forse lei sarà l’unica. Vada Albina” - e il ragazzo le allunga la mano per salutarla.

Si alza, si liscia la veste stropicciata, sistema il colletto della camicetta, s’infila la borsetta nel braccio, s’asciuga la mano sudata nel vestito prima di allungarla al ragazzo .

“ Allora la saluto, la ringrazio tanto per la sua gentilezza . Pensi che al mio paese dicono Maledèt al diavel…mica vero! Io non la maledico per niente, anzi lei mi piace proprio tanto!” e gli stringe la mano più forte che può.

Il ragazzo la ritira con grande imbarazzo e la spinge verso la porta :

“ Vada Albina, vada via in fretta”.

Col suo passo lento e barcollante s’avvia verso l’uscita di quel corridoio e vede che la fila intanto si è quasi raddoppiata…quanta gente! Giovani, vecchi, donne, preti, suore, un famoso uomo politico, una faccia della televisione,un Presidente…mamma mia! Quasi quasi un pochino le dispiace lasciare quel posto con tanta bella gente!

“Albina! “ – il bel Belzebù la chiama. Che abbia avuto un ripensamento?

Si gira e lo vede che le viene incontro:

“ Tenga…ha dimenticato questo – e le porge i suoi fogli- lo presenti di là, nel settore A, vedrà che le andrà meglio!”.

La Bina prende il suo “curriculo” e torna sui suoi passi un po’ perplessa : “ Avrò fatto la scelta giusta?”

giovedì 21 maggio 2009

Lo scatto di un gatto



Lo scatto di un gatto.
Condivido, ormai da molti anni, cinquanta metri quadrati con il Poeta, che declama i suoi versi ad alta voce di giorno, di notte e in ogni stagione dell’anno, fino allo sfinimento. Col tempo, anche per me, la rima è diventata prima un’ossessione, poi una naturale forma mentis: penso solo a frasi brevi e, di solito, in rima.
( Mi fermo e poi scatto
Lo sguardo di un gatto
Dal vetro appannato
Di quel caseggiato )
Non ricordo nemmeno quando è cominciato. Ci fu un momento in cui decisi che preferivo uscire la notte, per non sentire più la sua voce e da allora fu così.
“Ma come? Esci con una sera da lupi come questa? C’è una nebbia che si taglia col coltello.”
( Mi fermo e poi scatto
E sempre quel gatto
Si struscia sul muro
Là dov’è più scuro )
Mi struscio languidamente conto lo stipite della porta e con lentezza scivolo fuori, nel buio
“Aspetta...vieni dentro…oh anima ingrata non m’abbandonare!…” il tragico lamento del Poeta mi annebbia la mente...un ultimo sguardo alle mie spalle e poi la rapida e silenziosa fuga.
( La voce attutita
Nel silenzio invita
Qualcun a tornare
E il gatto scompare )
Una notte che mi trovai a passare da Borgo Onorato cominciai anche a camminare in modo diverso, a scatti, brevi corse seguite da altrettanto brevi pause contro il muro e nei portoni bui e da allora cammino così, furtivamente. Se poi la nebbia cala sulla città, l’atmosfera è ideale per sciogliere le briglie della mia dimensione animale.
( La nebbia m’avvolge
E tutto stravolge
In fondo alla via
Qualcuno mi spia )
Dalle cantine e dalle fogne, in notti come queste escono i topi a rovistare nelle immondizie e adesso i piccoli occhi di uno di loro mi stanno fissando da sotto un cassonetto.
Immobile, i muscoli tesi, il mio sguardo che incrocia il suo e lo ipnotizza…
“Sei morto, sei finito piccolo essere schifoso…” voglio godere ancora del brivido che mi dà l’attesa e poi il balzo finale.
( La strada deserta
Dal buio coperta
Nel nulla io scatto
Lo scatto di un matto )
La nebbia sta depositando gocce di vapore sul mio pelo, fa freddo ma mi sento meglio, tornano i pensieri normali…niente rime…solo parole slegate…niente rime…che sia la fine di questo assillo? Sono piena d’energia, sono carica del sapore della conquista, della soddisfazione del predatore che ha catturato la sua preda, come tutte le notti.
Pochi passi e sono in Borgo Felino: in questo vicolo annuso le tracce d'altri passaggi, segno il territorio per tenere lontano i nemici sempre più numerosi e sinuosamente mi avvicino a casa mia.
Passi nel buio che risuonano nel silenzio del vicolo, incrocio la Berta, una vecchia senzatetto in cerca del suo angolo di strada per la notte; ha le calze rotte e un tacco che sta per staccarsi dalla scarpa.
“Fuori anche stanotte? Ma perché non ci facciamo compagnia qualche volta? Non ti mangio mica se ti fermi un po’ con me, sai?”
Ignoro la sua invocazione piagnucolosa e le passo di fianco, fiutando la scia di sudore e urina rancida che lascia al suo passaggio. Poco più in là mi fermo e mi volto per guardarla: mi fa così pena che per un istante penso di regalare a lei il trofeo di stanotte ma non posso, è per il Poeta, che mi aspetta a casa, insonne, coi capelli grigi lunghi e scompigliati dalla follia, con la camicia strappata e sporca, con le ciabatte vecchie e scalcagnate…il mio Poeta…dal quale fuggo per poi tornare sempre.
Entro dalla finestra del piano terra, abbandono il topo morto sul tappeto e mi sdraio vicino al caminetto acceso aspettando che il fuoco mi scaldi le ossa.
“Perché? Perché ti comporti così? Cosa posso fare con te per convincerti che non sei un gatto? La tua è pura follia…tu sei la mia compagna, stai con me da anni, dormi, mangi, condividi con me gioie e dolori…e tu fai queste cose schifose, esci la notte, uccidi topi, rientri sporca e distrutta” il Poeta con rabbia raccoglie il trofeo e lo getta dalla finestra.
Mentre lui davanti allo specchio recita la sua ennesima farsa e piange, grottesca maschera di disperazione, fisso la fiamma nel camino e intanto mi pulisco con cura le zampe e il pelo ancora umido e aspetto che arrivi un nuovo giorno. Sta sorgendo il sole e i suoi primi raggi mi trovano raggomitolata sul tappeto mentre fingo di dormire per non sentire la voce del Poeta che recita, quasi urlando, una sua vecchia ode. Anche questa nottata è trascorsa insonne per entrambi, altra notte di equivoci.
Bussano alla porta e io scatto in piedi, tutti i sensi vigili…so già chi c’è là fuori.
“La vuole smettere di urlare una buona volta? Non è possibile che tutte le notti faccia questo baccano! Qui c’e’ gente che al mattino deve andare al lavoro, brutto vagabondo, fannullone buono a nulla…io la denuncio, la faccio sfrattare…accidenti a lei e a quella maledetta bestiaccia della sua gatta, che mi riempie il cortile di topi! Maledetti tutti e due…” un ultimo colpo alla porta e poi i passi si allontanano.
“Mi fermo e poi scatto…lo sguardo di un gatto…” sussurro sorniona all’orecchio del Poeta mentre gli passo accanto e, silenziosamente e lentamente, vado a rannicchiarmi in quelle morbide coperte che mi avvolgeranno per buona parte della giornata, perché io vivo di notte.
Racconto pubblicato on-line su "Viadellebelledonne"

(Sara Ferraglia )

martedì 11 novembre 2008

La signorina a colori n°20

Ecco la mia versione de "La signorina a colori", pubblicata fra le 24 signorine finaliste nell'e-book scaricabile dal seguente link:
http://viadellebelledonne.files.wordpress.com/2008/11/volume.pdf

Quando comincia una storia? In genere dall’inizio. A volte, però, è la fine di una storia che ne fa cominciare un’altra. Così ci sono due categorie di storie, quelle che cominciano dall’inizio e quelle che cominciano dalla fine. Ci sono due categorie di donne, quelle che raccontano la loro storia e quelle che non la raccontano, poi ce n’è una terza, quelle che non la raccontano giusta.
Io la racconto sempre giusta, cominciando sempre dalla fine, ordinatamente, eppure nessuno mi crede. Capita che io racconti la mia storia a qualcuno che si siede accanto a me sulla panchina del viale, oppure sull’autobus, oppure al tavolino di un bar. Mi ascoltano, quasi mai fino alla fine e mentre parlo, leggo incredulità nei loro occhi e a volte anche pena e compassione.
Oggi, in questa splendida mattina d’inizio autunno, racconto la mia storia a Sara, una ragazza seduta accanto a me al tavolino di questo elegante bar, che adoro per il verde pallido e il malva del suo arredo.
“Sono morta il 14 ottobre del 1943…”
La ragazza d’un tratto smette di sorseggiare il suo the e, dopo aver posato la tazza sul tavolino, si ferma di colpo, mi osserva con sospetto e si guarda intorno come per cercare aiuto.
“Morta? Vorrà dire nata !” – Sara reagisce con evidente imbarazzo.
“No,morta… in una mattina come questa…soleggiata e fresca “
“Ok. Chi è lei? Una scrittrice? Lavora di fantasia vero? Ok…c’era la guerra in quel periodo, ha voglia di parlarmi di questo? Molti anziani ne sentono il bisogno, anche mia nonna lo fa spesso…E’ morta sotto il famoso bombardamento sulla città?”- la ragazza mi piace, non mi crede ma regge il gioco.
“Nessun bombardamento. Sono morta perché una folata di vento mi ha fatto cadere questo bellissimo cappellino di feltro rosa sui binari del tram e io, per raccoglierlo, sono finita sotto…Vedi? Ho ancora i segni sul cappotto e manca un bottone rosso, proprio qui…Per fortuna il cappellino si è solo un pò schiacciato e la veletta si è strappata solo per pochi centimetri …Mi è andata bene!”
“Ho capito. Come si chiama signora?”- ora la ragazza sorride, sembra divertirsi. Che ci sarà di tanto divertente nel mio racconto? Sto dicendo che sono morta schiacciata sotto un tram e questa sciocchina ride.
“ Signorina, prego…sono la signorina Giustina Colarusso, sartina e modista d’alta moda ” – ci tengo a dire che mestiere facevo, perché se è vero che l’abito non fa il monaco è pure vero che nel mio caso la mia classe e la mia eleganza raccontano di me più di mille parole. Dalla mia borsettina nera estraggo uno specchietto e un rossetto rosso acceso, dello stesso colore della mia sciarpina di seta pura e mi ritocco le labbra delicatamente. Il tempo passa ma io non invecchio mai, solo il mio incarnato si fa sempre più pallido e diafano e io devo calcare sempre di più la mano col trucco, ombreggiandomi le palpebre d’azzurro e imbellettandomi le gote di cipria rosa.
“ Senta signorina Giustina, mi scusi se glielo chiedo : ha bisogno d’aiuto? Vuole che la riaccompagni a casa? Se mi dice dove abita lo farò molto volentieri, senza problemi…”
Che peccato, anche questa giovinetta pensa che io non la racconti giusta. Anche oggi la storia della mia vita si è fermata alla fine e se andiamo avanti così non riuscirò mai a raccontarla tutta. Che peccato. Pazienza, ho ancora tanto tempo per cercare un buon interlocutore, ho tutta la vita dietro!
Mi alzo lentamente ed elegantemente esco dal locale. E’ una splendida giornata autunnale e voglio godermi gli ultimi raggi di sole prima del prossimo lungo inverno.
Prima di allontanarmi sul viale ricoperto di foglie scricchiolanti, getto un ultimo sguardo alla ragazza nella sala da the: di sicuro lei non era la persona giusta con cui dialogare…Strana ragazza, forse un pò pazza…sta parlando con la rosa rossa nel vaso sul tavolino verde pallido.

Sara Ferraglia

lunedì 27 ottobre 2008

La signorina a colori


Su Viadellebelledonne è in corso una simpatica sfida a suon di racconti, che devono partire tutti da un incipit ben preciso.
Sto partecipando anch'io e tutto si svolgerà nel più assoluto anonimato fino alla votazione finale, dopo la pubblicazione del racconto n° 24.

Per chi volesse divertirsi a leggerne qualcuno e, magari, cercare di indovinare qual'è il mio, questo è il link :

http://viadellebelledonne.wordpress.com/

Buona lettura a tutti

giovedì 24 aprile 2008

Noi vogliam Dio

L’edificio un tempo era un monastero. I lunghi corridoi che si affacciavano sul chiostro quadrato ne conservavano l’austerità.
Mura antiche, aule antiche e professori antichi, in particolare due, quello di chimica e quella di matematica.
Il professore di chimica era un vecchio magrissimo e pallido dal lungo naso adunco e dal volto scavato.
Lo sguardo era gelido e quando eri lì alla cattedra per essere interrogata, specialmente se non capivi niente di chimica come me, ogni sua occhiata era una stilettata di ghiaccio puro.
Portava da anni lo stesso cappottone marrone e la stessa sciarpa che, appena entrato in aula, ogni mattina, faticosamente si toglieva ed appendeva all’attaccapanni, antico pure lui. Guardava noi “signorine” ci diceva buongiorno senza mai un sorriso e con passo lento e ciondolante si accomodava lentamente, sistemando sotto la cattedra la sua cartella di pelle logora e stinta.
Per lui tutto era andato avanti così per anni, come un rito sacro che non si poteva spezzare, fino al giorno in cui in quella classe seconda B arrivò Chiara.
A dispetto del nome, lei non era affatto “chiara”, a causa di uno spesso strato di fondotinta scurissimo che aveva sempre sul viso, metodicamente spalmato fin sotto il mento, in modo tale che il collo, invece, spiccava candido fra i colletti delle sue camicette.
Il nome Chiara fa pensare ad una dolce e delicata creatura, quasi angelica. Questa Chiara, invece, era una ragazzona altissima e notevolmente sovvrappeso dai lunghi capelli, che portava sempre arruffati e spettinati. Il trucco, come già ho accennato, era pesantissimo e non solo per colpa del fondotinta ; usava la matita nera sugli occhi così marcatamente che in confronto Cleopatra aveva un trucco discreto e sulle palpebre stendeva circa un etto di ombretto turchese. Indossava sempre minigonne cortissime che le scoprivano le cosce diciamo… un pò cicciottelle e camicette scollatissime sempre molto aperte sul davanti così da mettere ben in mostra un seno forse da sesta taglia.
A tutto questo dobbiamo aggiungere certi suoi atteggiamenti non proprio da “signorina“ come invece esigevano in quella scuola, risate sguaiate, parole che se le ripetessi qui verrei censurata, amichevoli pacche sulle spalle che ti facevano tossire per un’ora abbondante…Chiara, la personificazione del male, secondo certe compagne e certi professori.
Chiara la ribelle secondo certe altre compagne e certi altri professori già in odore di imminenti arie sessantottine.
Chiara quell’anno provocò in quella classe delle vere e proprie scosse telluriche. La prima fu quando il professore di chimica entrando con la stessa flemma di sempre e vedendola correre verso di lui, quasi come per travolgerlo fece due traballanti passi indietro:
“ Mah…insomma! Signorina cosa fa? ”
E lei, sfoderando un sorriso che a lui parve angelico e a noi tutte mefistofelico:
“ Permette che l’aiuti a togliere il cappotto professore?”
Lui fermo, immobile per interminabili secondi, Chiara col sorriso stampato in faccia, la classe in trepidante attesa di una glaciale reazione…e invece su quel viso incartapecorito si fece strada una smorfia, un movimento delle labbra che sembrava un sorriso.
Chiara lo interpretò così e gli tolse cappotto e sciarpa e, prendendolo sottobraccio, lo accompagnò alla cattedra e lui la seguì docile come un agnellino e con lo sguardo da pesce lesso.
E così quel giorno il gelido professore interruppe il suo gelido rito e qualcuno addirittura venne a sapere, da voci di corridoio, che lui non vedeva l’ora di far lezione in seconda B.
La professoressa di matematica era molto anziana, o forse dimostrava più degli anni che aveva per il suo modo di vestire, quasi da suora e per i suoi atteggiamenti davvero fuori dal tempo.
Piccolina di statura, gobba, sempre vestita di nero, capelli bianchi raccolti a crocchia sulla nuca, una pesante croce d’argento sul petto, era una caricatura vivente.
Entrava in classe, sempre seria ed austera e prima di sedersi in cattedra percorreva a svelti passettini tutto il perimetro dell’aula, invitando “lor signorine” a star sedute composte e a tirarsi le gonne sulle ginocchia per coprirle il più possibile.
Quando, durante la lezione, qualcuna di noi si alzava per chiederle il permesso di uscire, se indossava la minigonna, cosa molto probabile, dato che erano i primi anni settanta, provocava nella professoressa di matematica reazioni simili a un boccone che va di traverso; interrompeva la frase, diventava paonazza, si alzava in piedi, si copriva tutto il viso con le mani per non vedere :
“ Signorina si vergogni! Vergogna! Si copra…esca, esca ...fuori subito..!” poi tornava a sedersi stravolta e col respiro affannoso per ancora dieci minuti.
Ora, immaginate una come Chiara, alle prese con questo esemplare d’insegnante.
Le minigonne di Chiara erano le più corte di tutto l’istituto e facevano impazzire la povera donna.
La sua disperazione un giorno arrivò ad un punto insostenibile. Interruppe la lezione e si rivolse alla classe con le lacrime agli occhi:
“Signorine, ma voi non sapete cos’è la decenza. Voi dovreste venire a scuola tutte col grembiule nero e il colletto bianco, non così…così…scostumate. Voi dovete coprirvi le gambe, tenere un portamento da signorine…non così, io non ne posso più…ma insomma cosa devo fare? Signore santo, sant’Iddio ma cosa volete?”
A quel punto, dall’ultima fila di sedie in fondo all’aula si sentì un rumore assordante.
Sei ragazze si alzarono in piedi tutte insieme, Chiara nel centro. Girarono le spalle alla classe e all’insegnante, le braccia e lo sguardo in alto sulla parete, dove stava un antico affresco raffigurante una candida Madonna e un coro si levò:
Chiara: “Volete le rosse?”
Le altre: “ Nooooooooooo!”
“Volete le more?”
“Nooooooooooooo!”
“Volete le bionde ?”
“ Nooooooooooooo!”
Chiara: “ E allora cosa volete?”
Le sei ragazze tutte insieme:

“ Noi vogliam Dio Vergin Maria,
leva lo sguardo ai nostri cuor,
noi t’invochiamo o madre pia
dei nostri cuori colma il desir
dè benedici o madre al grido della fè
noi vogliam Dio che è nostro padre,
noi vogliam Dio che è nostro re…!

Si sentì un tonfo sordo alla cattedra. La povera professoressa di matematica era svenuta.
Chiara e le altre subirono una sospensione di una settimana.
Il professore di chimica, invece, finchè non tornò Chiara, tenne le sue lezioni col cappottone
addosso.

venerdì 21 marzo 2008

Due anime color seppia

Due anime color seppia

Quella mattina di un grigio fine gennaio dell’anno 2002 le anime color seppia di Alfredo e di Chiara si svegliarono infreddolite. Brividi violenti scuotevano la loro diafana essenza come non era mai accaduto prima d’allora.
Era passato tanto tempo da quando si erano addormentati nel lontano 1901, a pochi mesi l’uno dall’altra.
Per prima era partita l’anima di Chiara, in una limpida notte di febbraio e lei, salendo nel cielo stellato sopra la campagna emiliana, vedeva allontanarsi un campo candido di neve ghiacciata, dove si rifletteva la luce della luna, tanto che sembrava punteggiato da migliaia di lucciole.
Guardando in alto, oltre le nuvole, Chiara riusciva ad intravedere qualcosa che la precedeva di poco, una forma scura, capelli e barba candidi di un volto noto, che cantava il “Và pensiero”.
“Mò vè che lavoro! Ma che sia “il maestro”? E’ morto il 21 gennaio ed è ancora qui ! ”
Era davvero l’anima di Verdi che stentava a prendere quota, perché da laggiù, troppi la rimpiangevano e la evocavano ancora, e le facevano da pesante zavorra.
Anche Chiara per un attimo fu affascinata da quell’inattesa presenza che si fece sempre più vicina.
“ Del Giorda…nooo le ri…veee saluuta, di Sionne le to…oorri atterrate…” intonò timidamente quando gli fu al fianco e allora vide l’anima del Maestro contorcersi, terribilmente infastidita da quella “villica” che “cotanto ardìa” con quel suo canto stonato.
Delusa se lo lasciò alle spalle cercando di percepire, ovattato e sempre più affievolito, il pianto del suo Alfredo, che mungeva la Mora, la loro vacca più bella, seduto su uno sgabello di legno nella stalla.
Alfredo singhiozzava scuotendo la testa e il latte scendeva a fiotti caldi nel secchio, insieme a qualche lacrima, poi si fermava e guardava nel vuoto e un colpo di coda della Mora lo invitava a continuare la mungitura; voleva essere nello stesso tempo un invito e una carezza consolatoria quel violento colpo di coda e Alfredo riprendeva a mungere e a singhiozzare scuotendo la testa.
“ Mò dai, Alfredo, smettila di piangere e lavora che a minuti passa il casaro e tu non hai riempito neanche un secchio!”- brontolava Chiara mentre si allontanava e ancora non aveva perso il senso pratico dell’anima contadina.
Intorno alla loro piccola casa, solo campi innevati e alberi spogli nei frutteti e poi, più in là, la stalla e la casa di Severino ( detto Rino ) e della Cleonice ( detta Nice ), ai quali Chiara mandò un bacio, convinta di aver ancora una mano e una bocca.
Un bacio vero e proprio non arrivò mai a destinazione ma, in quel preciso istante, una fogliolina ormai secca del rametto d’ulivo appeso sopra la testata del letto, si staccò e si posò delicatamente sulla guancia della Nice.
Arrivata lassù Chiara si sdraiò e chiuse gli occhi aspettando Alfredo, che partì in ottobre e durante il suo viaggio vide i cesti gonfi di moscato dorato e Rino e la Nice che si preparavano per la pigiatura dell’uva. Lui era già a piedi nudi nel tino mentre lei si sistemava le vesti intorno ai fianchi per non sporcarle di mosto.
“Vè, Rino, ti sei lavato bene i piedi? “ e gli sorrideva maliziosa.
Rino le rispose cantando un ritornello antico:
“Filar non vol filar, cusir non la sa far el sol de la campagna, la dis che ghe fa mal.
Dirindin din, dirindin din, “

Forte e irresistibile quell'odore dell'uva saliva, saliva, stordiva e incantava.
Anche Alfredo, come Chiara, era convinto di aver ancora un braccio e una bocca quando si allungò il più possibile chiedendo agli amici un buon bicchiere di bianchetto profumato; la sua richiesta non giunse alle loro orecchie ma di certo si sa che loro andarono raccontando per molti anni a venire che una volta, durante una pigiatura del moscato, il mosto all’improvviso cominciò a bollire sotto i loro piedi, come se fosse sopra il fuoco.
Alfredo invece capì di essere diventato un’altra cosa e si sdraiò al fianco della sua Chiara e anche lui si addormentò, fino a quell'insolita mattina di fine gennaio 2002.
Laggiù, in quella che era stata la loro camera da letto, troneggianti dalla parete sopra al camino, erano rimasti i loro sguardi cupi, immortalati in un ritratto color seppia dalla cornice ovale.
Lassù, invece, per molti anni, essi avevano riposato uno di fianco all’altra nel silenzio e nella tranquillità, senza mai sentire la necessità di abbandonare la loro posizione orizzontale e fluttuante per dare uno sguardo sotto di loro ma quella mattina di gennaio qualcosa era cambiato.
Li aveva svegliati quel freddo insopportabile e si accorsero terrorizzati di come fosse improvvisamente difficile mantenersi in equilibrio, perché, a tratti una forza misteriosa li spingeva, li schiacciava, come un vento bizzarro e loro, povere anime color seppia, erano sbalzate di qua e di là, passando dall’abituale posizione orizzontale a quella verticale e poi sottosopra e poi di nuovo orizzontali, come due aquiloni impazziti. In quell’insolito turbinio i folti baffi all’insù di Alfredo si attorcigliarono come quelli di Don Chisciotte; i capelli di Chiara, da tempo immemore raccolti a crocchia sulla nuca, si scompigliarono disponendosi a ventaglio intorno a lei.
Sul portellone laterale del furgone parcheggiato nel cortile della casa spiccava, in una bella tinta fosforescente, la scritta: “Raimondo, lo sgombero solai più veloce del mondo”.
Due operai da qualche ora stavano svuotando le stanze di quella vecchia casa disabitata da anni:
“ Ci vuole del coraggio a comprare una roba così! Guarda qui, il tetto cade a pezzi!” commentava uno di loro.
E l’altro:
“ Adesso è di moda ristrutturare questi rustici; piuttosto sai cosa ti dico? Non capisco perché i nuovi proprietari vogliano buttare tutto quello che c’era qua dentro…ad esempio, guarda questa fotografia…magari era un bel ricordo per qualcuno” e staccò dal muro le due povere anime color seppia che, in quell’istante si svegliarono in quel modo tremendo che già conosciamo.
Nella stanza la temperatura crollò improvvisamente di cinque gradi e un vento siberiano fece sbattere porte e finestre :
“ Ma cosa sta succedendo? Senti che freddo…Dai, finiamo un pò in fretta altrimenti moriremo assiderati!”- e l’uomo gettò sul furgone il ritratto, il cui vetro si frantumò in mille pezzi; nel gelido silenzio di quella stanza il suo cellulare cominciò a squillare sulle note del “Và pensiero”.
“ Hai cambiato la suoneria? Ti sei convertito alla lirica adesso?”- gli chiese il collega.
“ Ma guarda che strano, io non cambio suoneria da anni! Lo sai che ho quella roba là…dai, come si chiama…la Macarena !”
Estrasse il telefono dal taschino e si apprestò a rispondere, guardando il display che lampeggiava a intermittenza e la cui luce, anziché essere verde come sempre, era di un delicato color seppia; dopo qualche istante il fastidioso lampeggìo cessò e a poco a poco si delineò un’immagine, prima sfocata e poi sempre più nitida e il volto dell’operaio assunse un’aria così terrificante che anche l’altro uomo, preoccupato, si avvicinò per capire cosa gli stesse accadendo.
Quello che videro sul display non lo avrebbero mai più dimenticato: i due sposi del ritratto color seppia li stavano guardando sorridenti e un pò spettinati; l’uomo, il burbero Alfredo si attorcigliava un baffo intorno al dito e la donna, la tenera Chiara, con la mano mandò loro un bacio, che si posò lieve come una piuma sul viso di entrambi.
I due uomini, pallidi come la luna, si guardarono allibiti e ciascuno vide il volto dell’altro alterato dall’incredulità e dalla paura; rimasero così, immobili come due statue di cera, per un buon quarto d’ora.
Intanto una voce dal cellulare tuonava:
“ Ben mò allora! Siete rimbambiti? Cosa state facendo? Rispondete sì o no? Boia di un mondo ladro…se vi piace scherzare questo non è il momento! Ci sono ancora tre sgomberi urgenti da fare, imbecilli !” – era il titolare, il signor Raimondo, al quale, da quel giorno vennero forti dubbi sul fatto che il suo servizio fosse il più veloce del mondo.

( Sara Ferraglia)

venerdì 14 marzo 2008

La magia di Amin

La magia di Amin.

Avevo traslocato da pochi mesi nella casa nuova.
Fra i mobili che avevo appena acquistato c’erano due divani che non volevo rovinare subito.
Avevo bisogno al più presto di due teli per coprirli ma li volevo strani, particolari e soprattutto molto colorati.
Da sempre mi muovevo in lungo e in largo per la città con la mia vecchia bicicletta perché fa bene alla salute, perché è comoda e perché allarga gli orizzonti.
In che senso? Nel senso che se ti muovi in auto devi badare alla strada, devi arrabbiarti in continuazione per le code che ti tocca sopportare e non puoi nemmeno guardarti intorno.
Se viaggi in autobus è vero che hai più tempo di osservare le persone, di ascoltare, anche di perderti nei tuoi pensieri con lo sguardo fuori dal finestrino ma poi, dopo un pò ti annoi a morte perché il percorso e le persone sono sempre le stesse.
La bicicletta invece va dove ti porta il cuore, per essere sentimentali come quella famosa scrittrice dai capelli corti, oppure va dove ti portano le tue gambe, per dirla in modo molto più terra a terra, oppure va dove ti porta la tua anima , per dirla a modo mio e mentre pedali puoi decidere di cambiare strada all’improvviso, solo perché passare da quel borghetto antico ti piace.
E io faccio spesso così. Ci sono angoli della città dove sento il bisogno di sostare almeno una volta la settimana e la mia bici mi accompagna sempre molto volentieri e soprattutto mi aspetta per tutto il tempo di cui ho bisogno.
Uno di questi “angoli” è la strada che porta alla piazza del Duomo e del Battistero, due piccoli gioielli rosa di questa piccola città.
In quella via c’è un’antica libreria che mi piace perché ha il pavimento di lunghe assi scricchiolanti che quando cammini creano, insieme all’odore di cera e di carta, un’atmosfera che trovo solo lì dentro. Il sottofondo musicale purtroppo c’è ma è molto discreto e ti accompagna con dolcezza nelle tue scelte ( è lì che ho sentito per la prima volta la magica chitarra di Pat Metheny e me ne sono innamorata).
Anche quel giorno che cercavo i teli per i miei divani, mi ero fermata in quella via ed ero entrata in quella libreria , solo pochi minuti , per il piacere di stare in mezzo ai libri.
Guardo l’orologio. Accidenti! Tardissimo! Esco a passo sostenuto e con lo sguardo basso, troppo basso e così sul marciapiede mi ritrovo maldestramente addosso a una persona.
“ Ops…mi scusi” - e guardo chi è.
È un ragazzo di colore con un bellissimo abito lungo, sfondo giallo e disegni tribali neri, esattamente come vorrei i miei copridivani, penso per un attimo.
“ Vuoi comprare questo portafortuna?” – e mi mostra un sassolino scuro che io guardo perplessa.
“ No, davvero, scusami ma ho una fretta tremenda”
“ Guarda. Aspetta …di che segno sei”?
Ahi, ahi…mi ha toccato nel mio punto debole! Se mi parli di segni zodiacali facciamo notte!
“ Sono dell’ariete, perché ”?
“ Perché allora devi comprare questa pietra” – e ripone il sassolino nero, estraendo da una tasca una pietra rossa che a me sembra di comunissima plastica.
Non ne ricordo il nome e non è nemmeno importante, perché quello che conta è che mi sono fermata lì con questo ragazzo anziché scappare via.
Lui mi parla della buona sorte, della magia che viene dal cuore, delle pietre che non sono oggetti morti e freddi ma vivono e ci danno forza,insomma tutto un misto di teorie new-age , yoga e tutto quanto va di moda in questi anni.
“Senti, io devo proprio andare adesso perché devo cercare dei copridivani e fra mezz’ora i negozi chiuderanno, capisci”?
“Io capisco. Mio fratello Amin ha i copridivani che piace a te. Ti porto”.
“ E va bene, dai, dov’è il negozio? Lontano? ”
“ No, qui dietro” – e giriamo l’angolo .
Intanto lui parla, parla, racconta che viene dal Senegal, che si chiama Kader, che laggiù ha due bambini e che appena avrà i soldi e una bella casa tornerà a prenderli e li porterà a vivere qui.
Mi vergogno mentre penso che non mi interessa la sua vita, che queste persone hanno storie un po’ tutte uguali e che forse mi sta dicendo un sacco di balle ma poi penso che è molto più facile essere tutti uguali nella miseria che nella ricchezza.
Lui continua a parlare e io sono un po’ nervosa perchè ho fretta, perché non volevo fermarmi con lui, perché chissà dov’è questo Amin e se davvero è suo fratello….perché sono nervosa e basta.
Per fortuna arriviamo in una via affollatissima e ci fermiamo davanti a un negozio, ”La magia di Amin” si chiama. Accidenti….la magia? Ma che è sto posto?? Se fossi un po’ superstiziosa, quella storia dei segni zodiacali, del portafortuna…ecco...adesso non entrerei ma non la sono ed entriamo. C’è nell’aria un profumo dolcissimo e un po’ nauseante.Anche qui c’è un sottofondo musicale discreto, percussioni e suoni africani, immagino.
Mi guardo intorno e vedo un posto pieno di colore, solo colore è quello che percepisco in un primo momento .E allegria e cordialità e voglia di danzare, di muoverti al ritmo di questa musica irresistibilmente calda.
Lo paragono per un attimo al negozio dove sono entrata ieri. Commessa pallida, biondina gelida che mi mostra degli anonimi teli a fiorellini alla bellezza di 75 Euro l’uno!! E poi nemmeno mi piacevano. E lei , alla fine era anche un po’ infastidita per il fatto che non mi erano piaciuti.
Qui invece si sta bene.
Kader si sporge un po’ verso l’alto e urla:
“Amin……”- segue una lunga sequenza di suoni e un colorito accostamento di sillabe che formano parole assolutamente incomprensibili per me.
Da una scala a chiocciola scende Amin.
Capelli ricci e biondi sul viso ovviamente scurissimo! Un pugno in un occhio, che vuol dire, un accostamento che stride da morire!
“Ciao. Tu vuoi teli colorati per i tuoi divani?” e sfodera un sorriso di quelli che hanno loro con quei denti bianchissimi.
“Sì, hai qualcosa da farmi vedere?” - mi sento un po’ strana, un leggero mal di testa, un senso di nausea, che sia questo profumo??
“Guarda questo che bello! E questo…e ancora questo…..40 euro soltanto”.
Sono circondata dai teli colorati! Me li sta stendendo ai piedi come a una regina, me li appoggia sulle spalle, ne mette uno sulle sue come un mantello e non finisce mai di mostrarmene, come se li estrasse dal magico cilindro di prestigatore.
Ma qui il trucco non c’è…forse…e mi gira la testa ancora di più…
Sono immersa nel colore, nel suono e nel profumo dell’Africa…
Eccolo.Lo vedo il telo uguale al vestito del fratello di Amin e cerco di uscire da questo strano torpore.
“Scusami, questo…questo mi piace molto…fai vedere…che misura ha?”
È perfetto per me, è quello che cercavo.Sì ne prendo due uguli. Ecco li pago. Ho fretta…tanta fretta, vorrei uscire da qui…
Amin prende una borsina di plastica bianca e mi allunga il mio prezioso pacchettino.Saluto entrambi e loro mi danno la mano. Quanta cortesia per soli 80 euro! Esco contenta, davvero, mi piacciono i teli e poi qui fuori respiro meglio e tutto quel nervosismo mi è passato. Sono rilassata e fischietto mentre torno verso la mia bicicletta, là nel borghetto che porta al Duomo e al Battistero,davanti alla vecchia libreria.
Cammino in fretta ma questa volta il mio passo è ritmato non dal nervosisimo ma dalla leggerezza d’animo. Ho sempre lo sguardo basso e…ops…..ancora una volta mi ritrovo addosso a una persona…
“Scusi…non l’avevo vista” e la guardo e mi cade la borsina di plastica con dentro i miei teli.
È una vecchietta elegantissima, con tanto di cappellino e di veletta che mi fa pensare alla nonnina di Gatto Silvestro, solo che questa non è gentile ed educata e comincia a gridare con una vocina antipatica e stridula :
“Ma stia attenta a dove cammina, non vede? Mi ha pestato un piede, accidenti a lei!Ma che cafona e poi smettetela tutti di stare qui sui marciapiedi a vendere queste schifezze, andate a lavorare seriamente, piuttosto! Oppure é ancor meglio se ve ne tornate tutti a casa! ”
Ma che dice questa? Mi giro per vedere con chi parla, forse con Kader, di certo non con me.
E mentre mi chino per raccogliere la mia borsina mi vedo i piedi….neri che calzano le ciabattine di corda come quelle di Amin e poi lo sguardo sale.
Il mio vestito è lungo, colorato coi disegni tribali, come i teli del negozio.
Mi tocco i capelli…treccine fitte fitte sul mio capo!
Mi avvicino alla vetrina della libreria e quello che vedo riflesso è un ragazzo nero.
Vedo Kader…ma sono io, sono bianca, abito in questa città. Che succede? Questo profumo mi stordisce di nuovo! Questa musica mi martella le tempie…eppure dentro sono leggera, sono contenta…ho appena comprato quei teli colorati che mi piacciono tanto….ecco, sono qui nella borsa…
Apro la borsina di plastica, metto dentro una mano e la tiro fuori piano, piena di sassolini colorati e l’allungo verso la signora isterica.
“Vuoi comprare porta fortuna?”

( Sara Ferraglia)

martedì 11 marzo 2008

Non si maltrattano così le signore



Ripropongo oggi un racconto che scrissi anni fa e che, nel frattempo, è comparso

su Viadellebelledonne : http://viadellebelledonne.wordpress.com/?s=non+si+maltrattano+cos%C3%AC+le+signore

su Blogolonelbuio : http://blogolonelbuio.blogspot.com/2011/01/racconto-non-si-maltrattano-cosi-le.html



( Donna allo specchio - Picasso )
Non si maltrattano così le signore.


Mi sono accomodata sulla poltrona del parrucchiere. Poca gente, musica new-age e volume un po’ troppo alto.
“ Arrivo subito da te “ Luca, uno dei ragazzi che lavora lì, rigorosamente vestito tutto di nero, si affaccia dall’altra stanza per poi sparire di nuovo.
Rimango sola davanti ad uno specchio immenso e crudele.
Molti anni fa mi piaceva guardarmi, sciogliere i miei capelli neri, lunghi e lisci nell’attesa che arrivasse chi doveva prendersi cura di loro e poi spostarli tutti sulla spalla reclinando il capo, con un gesto lento, studiato, lezioso e guardarmi nello specchio, fissarmi negli occhi scuri, grandi e accesi. Accadeva molti anni fa. Ora lo specchio è crudele perché non mi concede nulla. Non ho più capelli neri da sciogliere, perché da qualche tempo li porto corti, con la scusa che meglio si adattano alla mia personalità; in realtà lo faccio perché sono pratici, li posso lavare ogni mattina sotto la doccia e con le sole mani in pochi minuti li posso acconciare. E poi il capello lungo ad una certa età fa “dietro trofeo, davanti museo”. E poi il capello lungo ha bisogno di cura e attenzioni che solo un parrucchiere può dare, altrimenti si spezzano, si formano le doppie punte…E poi, e poi, accidenti, chi se ne frega del perché ho i capelli corti! Sono tutte elucubrazioni mentali che vogliono solo esorcizzare il tempo e la paura di vedere riflesse in questo specchio le tracce che questo mostro ha lasciato sul viso, sul collo, sui capelli.
“ Eccomi. Ciao, come stai?” dice Luca che con un balzo è tornato dietro le mie spalle.
In realtà non gliene frega niente di come sto io e quindi freddamente rispondo:
“Ciao a te, cosa facciamo coi miei capelli?”
“Dimmi tu, cosa vuoi?”
Un’altra cosa che da un pò di anni faccio fatica ad accettare (credo più o meno da cinque anni o giù di lì ) è questa facilità che hanno i giovani di darti del tu. Una mia amica dice che a lei piace perché la fa sentire a suo agio, invece a me fa sentire fuori posto.
Mi tocco i capelli, li giro e li rigiro fra le dita e poi decido:
“Taglia. Un bel corto tutto sfilatino.”
Luca canticchia e prende da un cassetto una mantella nera così non mi si appiccicheranno tutti i capelli sui vestiti.
Sbandierando come un toreador mi avvolge in quella nuvola sintetica e chiude il tutto stringendo il laccetto di velcron sulla mia nuca.
A quel punto il mio collo subisce una rapida trasformazione e la pelle si raggrinza, si affloscia, si piega e io mi sento un visitor, un E-t appena sbarcato su madre terra!
“Scusami, ho forse stretto troppo?”
“ Un pochino!” gli rispondo col volto paonazzo.
Luca allenta il laccetto e il mio collo si distende di nuovo e torna alla normalità come pure il mio colorito e il ragazzo, sempre canticchiando inizia a tagliuzzare qui e là sulla mia testa.
Continuo a guardarmi nello specchio, che mi sembra sempre più grande e sono rigida come un baccalà, con tutti i muscoli del mio corpo in massima tensione.
Una volta, credo circa dieci anni fa o giù di lì, (incredibile come, ultimamente, mi venga naturale e urgente quantificare il tempo) mi capitava raramente di non sentirmi a mio agio in qualsiasi situazione mi trovassi mentre ora, ogni tanto, divento Dottor Jackil o Mr.Hide e subisco queste strane metamorfosi.
La porta a vetri del negozio si apre e insieme ad una folata di gelo entra qualcuno.
“Ciao caro, come stai? Hai tempo per me che ho un po’ fretta? Come mi trovi? “ la voce un po’svenevole precede di qualche istante l’immagine di una stupenda ragazza che ora si riflette nello specchio divenuto, per l’occasione, improvvisamente benevolo.
Mi chiedo come farà Luca a rispondere contemporaneamente a tre domande precise e a mettersi subito a sua disposizione poiché sta lavorando sulla mia testa.
Lui prima con quella strizzatine di velcron ha messo a disagio me e quindi ora aspetto di vedere il suo imbarazzo nel dovermi mollare su due piedi! Eh sì ragazzino, qui ti voglio!
“ Ciao bellissima, bene grazie e tu? Ma certo, sarò da te fra pochi minuti e ti trovo splendidamente in forma “ si gira verso la scala e chiama Anna, pregandola di venire subito a sostituirlo.
Mi sorride, si allontana camminando a ritroso e intanto mi dice:
“Scusa sai. Io qui ho finito e ti asciugherà Anna. Non ti dispiace vero? Grazie.”
Ecco come ha fatto. E se l’è cavata anche bene. Sarà grazie all’esperienza o sarà per quella massa di riccioli rossi e quella fila di denti bianchissimi che gli stanno davanti?
Non ho nemmeno il tempo di rispondere che lui è già sparito nella stanza accanto seguito da una fresca e svolazzante scia di profumo.
Torno a girarmi verso lo specchio, sempre più rigida, sempre più baccalà e intanto alle mie spalle arriva Anna, che, un po’ infastidita mi saluta con un secco “buongiorno” e una veloce strizzatina di velcron, così mi trasformo di nuovo, prima in E-T e subito dopo in Mr.Hide.
Sento il mio volto farsi di nuovo paonazzo e i battiti cardiaci accelerare come impazziti.
“ Senti ragazzina, allenta subito questo laccio che mi stai strangolando “- le dico con una voce quasi gutturale, che suona nuova anche alle mie orecchie – e poi corri di là e dì a Luca che gli devo parlare immediatamente, capito? Vai!!!”
Mi strappo via il mantello da toreador, mi alzo in piedi di scatto pregustandomi il momento di gloria che avrò quando mi troverò davanti quello stronzetto di Luca…Gliele canterò in rima, gli dirò quanto è stato maleducato e che non mi vedrà più nel suo negozio e gli dirò anche che mi dava tremendamente fastidio quando si rivolgeva a me con quel “tu” troppo facile e gli dirò che non è mai stato capace di mettermi a modo la mantellina sulle spalle! Oh, ma quante gliene dirò!
Luca arriva e io troneggio su di lui come una regina disadorna (citazione da uno dei miei autori preferiti) mani sui fianchi da brava “rezdora”, capelli dall’acconciatura spaziale e fumo che mi esce dalle narici come ai tori nell’arena.
“Dimmi, che problema hai?”
Mi da del tu e mi fa anche una domanda precisa: che problema ho.
Che problema ho?
Ne ho mille di problemi e non uno. Il più grosso è che ad una domanda precisa in una situazione di disagio, non mi viene mai la risposta che vorrei.
Qualche secondo di silenzio e poi…le braccia mi scivolano lungo i fianchi, i capelli mi si afflosciano e la mia statura immensa torna nella norma.
Con una vocina flebile e tremula che non mi appartiene per nulla, esattamente come non mi apparteneva quella roca di prima, dico :
“ Non si maltrattano così le signore” … divento rossa come un papavero e penso…meno male che leggo molto e vedo molti film, così qualche volta mi vengono le risposte giuste al momento giusto!


Titolo Film
NON SI MALTRATTANO COSI' LE SIGNORE
Anno
1968
Titolo originale
NO WAY TO TREAT A LADY
Durata
107
Vietato
14
Origine
USA
Colore
C
Genere
DRAMMATICO
Formato
TECHNICOLOR
Tratto da
ROMANZO DI WILLIAM GOLDMAN

(Sara Ferraglia)